4 dicembre 2015

aggiornamento del 16 dicembre 2015

Dopo 12 anni di convivenza e cinque mesi di matrimonio stava cercando un modo per lasciare il marito e assecondare l’avventura extraconiugale che aveva intrapreso con un collega dell’uomo pochi giorni dopo essere rientrati dal viaggio di nozze: così ha pensato che la strada più semplice e veloce fosse quella dell’avvelenamento e dell’omicidio.
Omicidio che, alla luce dei fatti, è solo tentato perché i medici del Papa Giovanni XXIII gli hanno salvato la vita dopo che nel primo pomeriggio di venerdì 4 dicembre era arrivato con l’elisoccorso in condizioni disperate, in coma ipoglicemico e acidosi metabolica.
Protagonisti della vicenda Bortolo Rossi, 42enne di Premolo, e la moglie 47enne Laura Mappelli: per la donna il gip Raffaella Mascarino non ha convalidato il fermo, avvenuto nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 dicembre su disposizione del pm Laura Cocucci, ma ha comunque disposto la misura cautelare nel carcere di via Gleno per i gravi indizi di colpevolezza a suo carico dalla mattina del 14 dicembre.
La mattina del 4 dicembre scorso l’uomo, autista della Furia Omero di Gorno, si sveglia alle 6 per andare al lavoro: beve un caffè prima di recarsi in auto a Ponte Nossa per il servizio di linea delle 7. Una volta arrivato sul posto di lavoro prende un altro caffè coi colleghi, poi svolge il regolare servizio, copre anche il turno scolastico di Gorno e fa ritorno a casa alle 9.
Qui trova la moglie che gli porta un altro caffè per la colazione: un caffè in capsule che, quella mattina, l’uomo nota come si presenti sotto un altro aspetto, lasci un insolito fondo e sia piuttosto amaro. Al suo interno la moglie aveva sciolto una pastiglia di Halcion, un farmaco di cui la donna fa regolarmente uso e che favorisce il sonno: da quel momento in poi l’uomo non ricorderà più nulla fino alle 18 del giorno stesso quando si risveglierà al Papa Giovanni, intubato e con attorno i medici che gli salveranno la vita.
Nel mezzo c’è tutta un’altra storia: da quel riposino mattutino l’uomo si risveglierà - secondo la ricostruzione della moglie rientrata a casa da alcune commissioni alle 11.20 - attorno a mezzogiorno, su pressante invito della donna. Pochi istanti in posizione eretta, poi collassa al suolo: la donna chiama aiuto e in presenza dei parenti inizia a praticargli un massaggio cardiaco che, probabilmente, risulterà decisivo poi per la sua sopravvivenza.
Mentre l’elisoccorso trasporta l’uomo d’urgenza in ospedale a Bergamo, la donna raggiunge la stessa struttura in auto con - dice lei - un "amico di famiglia": in realtà, ricostruiranno gli inquirenti nei giorni successivi, si tratta di un collega di lavoro del marito con la quale la 47enne aveva iniziato una relazione extraconiugale, nata nella casa di cura di Albino per la quale lavora, e al quale la squadra mobile della questura è riuscita a risalire tramite appostamenti e pedinamenti della donna.
Dal momento del ricovero del marito fino alla sua dimissione la donna ha sempre dormito a casa dell’amante.
Le analisi tossicologiche dell’ospedale non lasciano dubbi agli inquirenti: la presenza di insulina nel sangue in un soggetto non diabetico, associata a benzodiazepine, sono sinonimi di tentato omicidio. Nell’interrogatorio fiume in questura alla presenza del pm Cocucci e del capo della squadra mobile Giorgio Grasso la donna nega tutto, fino a pronunciare un’ultima frase: “Non ho fatto nulla e se l’ho fatto non me lo ricordo”.
Da successive indagini sul conto della donna è emerso anche un suo precedente: nel 2002 si era resa protagonista dell’incendio doloso di una cascina in località Monte Belloro di proprietà di un uomo con il quale aveva una relazione, anche questa extraconiugale durante il suo precedente matrimonio (dal quale nel 1993 nascerà un figlio), e che l’aveva lasciata.
http://www.bergamonews.it/2015/12/16/211390/211390/

aggiornamento del 16 dicembre 2015
Lui è arrivato in ospedale non cosciente, in pericolo di vita, e le pochissime indiscrezioni trapelate ieri dagli inquirenti non consentono di dire se al suo fianco ci fosse anche la moglie, ad assisterlo. La certezza è che proprio lei, però, due giorni dopo le dimissioni del marito dal Papa Giovanni XXIII, ormai fuori pericolo di vita, è stata fermata con l’accusa di tentato omicidio.
«L’ha avvelenato con una dose di insulina, per ucciderlo»: è questa la pesante contestazione che il sostituto procuratore Laura Cocucci muove a una donna di Premolo di circa 40 anni.
Gli indizi sarebbero piuttosto consistenti: ieri il gip Bianca Maria Bianchi ha convalidato il fermo e la donna si trova in cella di isolamento nella casa circondariale di via Gleno, a Bergamo. E oggi la squadra mobile coordinata da Giorgio Grasso, potrebbe fornire ulteriori dettagli sull’inchiesta-lampo che ha portato al fermo, durante una conferenza stampa.
Il marito, 42 anni e vittima dell’avvelenamento, è stato trasportato all’ospedale Papa Giovanni XXIII da un’autoambulanza all’inizio della scorsa settimana. Quando è arrivato al pronto soccorso non era più cosciente, i medici hanno subito rilevato sintomi piuttosto gravi, disponendo una serie di esami urgenti. Nel giro di poche ore, mentre il paziente era intubato e assistito, le analisi del sangue hanno dato un responso molto sospetto: alta concentrazione di benzodiazepine (classe di psicofarmaci a cui si può ricondurre anche il Valium, ad esempio) e di insulina, nonostante il paziente non fosse mai stato in cura per diabete e non avesse mai, comunque, assunto quella sostanza in vita sua.
Immediata la segnalazione dell’ospedale Papa Giovanni al posto fisso di polizia e da lì alla squadra mobile di via Noli, che ha subito avviato i primi accertamenti, iniziati ascoltando il paziente, non appena è stato in grado di esprimersi, dopo il risveglio.
Secondo un’indiscrezione, che ieri però non ha trovato conferme ufficiali, sarebbe stato proprio lui a parlare agli investigatori di polizia di alcuni dissidi con la moglie, aggiungendo di non essersi mai accorto di un’iniezione subìta (l’unico modo, noto ai non specialisti, di somministrare insulina). Ed è nata così l'ipotesi che un farmaco riconducibile alla benzodiazepina, mimetizzabile in qualcosa da bere, o da mangiare, fosse stato somministrato per farlo addormentare e poter avere mani libere, senza che si accorgesse di nulla.
Dagli inquirenti non trapela null’altro. La moglie, nata in Svizzera, ma comunque di famiglia bergamasca, sarebbe stata sorpresa in Val Seriana dagli uomini della squadra mobile venerdì, che l’hanno portata in carcere: il pm aveva deciso di disporre il fermo indiziario. Vista la grave accusa che le viene mossa, il tentato omicidio pluriaggravato, il sostituto procuratore ha chiesto per lei l’isolamento in carcere. Ieri è stata interrogata dal giudice delle indagini preliminari, presente il pubblico ministero Cocucci. Ed è arrivata la convalida.
«A causa della gelosia lei non sopportava più una certa situazione in cui si trovava il marito», suggerisce un investigatore. Ma solo oggi, forse, sul movente si capirà di più.
link alla notizia: 
http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/15_dicembre_16/avvelena-marito-salvo-lei-finisce-cella-67d31cec-a3c7-11e5-900d-2dd5b80ea9fe.shtml


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