24 febbraio 2011

"L'assassina era la cuoca"
veleno al cane, condannata
La vicenda in una villa della collina: secondo i giudici la donna avrebbe somministrato allo schnauzer nano dei datori di lavoro un farmaco da lei utilizzato per eliminarlo. I difensori: "Una sentenza iniqua e ingiusta per una vicenda grottesca e surreale"
di ANDREA GIAMBARTOLOMEI

Come nel più classico dei gialli, il colpevole è il maggiordomo. In questo caso si tratta però della cuoca, condannata a una pena di tre mesi per aver avvelenato e ucciso Carlotta, schnauzer nano di una ricca coppia residente in collina. È la decisione presa ieri pomeriggio dal giudice Maria Iannibelli dopo le arringhe dei difensori della donna, per i quali restano molti dubbi.
L’episodio risale all’autunno del 2007 quando la cagnetta di 13 anni, affetta da una displasia all’anca, muore. I padroni la portano dal veterinario, che prova di tutto per salvarla: trasfusioni di plasma, respirazione artificiale, flebo. Dopo alcune ore Carlotta spira e il medico decide l’autopsia, facendo analizzare stomaco e fegato. Nell’intestino, con patate lesse e carne di vitello preparate appositamente ogni giorno dalla cuoca, ci sono circa 20 pillole di Coumadin, potente anticoagulante che ad alte dosi può essere usato come topicida. Sarebbe la causa del collasso cardiocircolatorio. Il Coumadin è lo stesso farmaco assunto dalla cuoca, signora sessantaseienne per anni al servizio di un noto avvocato d’affari di Torino. Su di lei cadono i sospetti di moglie e marito. La loro tesi è questa: la cuoca, sgridata dopo aver sbagliato a fare la spesa, avvelena Carlotta per ripicca. Decidono così di licenziarla e denunciarla.
"Se il movente è il rimprovero per aver fatto la cresta alla spesa di trenta euro, allora facciamole una perizia!", ha affermato provocatoriamente l’avvocato difensore Giovannandrea Anfora nella sua arringa sostenendo che "il movente non esiste, è fantasioso". L’avvocato ha anche sottolineato l’indimostrabilità della condotta: "Nessuno l’ha vista. Ci stiamo basando su supposizioni". Poi ha aggiunto che è stato impossibile per i suoi consulenti controllare i campioni usati nelle perizie del tribunale e delle parti civili. Su questa parte si è soffermato il collega Matteo Letorio, poco convinto dagli esami tossicologici. Il principio attivo nei resti del cane sarebbe stato di tre milligrammi, meno di quelli contenuti in una sola dose: "Forse non erano venti pastiglie". Nonostante questi dubbi il giudice ha stabilito che la cuoca è colpevole e dovrà pagare anche quattromila euro di risarcimento ai due ex datori di lavoro. "È una sentenza iniqua e ingiusta per una vicenda grottesca e surreale", ha dichiarato Anfora uscendo dall’aula.
link alla notizia:
torino.repubblica.it/cronaca/2011/02/24/news/l_assassina_era_la_cuoca_veleno_al_cane_condannata-12870068/


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