Ci ha riprovato. Dopo la truffa del sangue di Padre Pio (il liquido sulla statua del santo che aveva in casa era il suo, non il frutto di un miracolo) ha tentato un’altra strada per fare soldi facili. Pensava che la maschera potesse rendere irriconoscibile il suo volto. Come Zorro... in gonnella. Ma quel pezzo di stoffa come «contorno occhi» non ha impedito agli impiegati di descriverne le fattezze ai carabinieri. E così è finita in manette Rosa Donnarummo, 49 anni, che poche ore prima aveva compiuto una rapina nell’ufficio postale di Marsicovetere.
La donna «mascherata» è entrata nel locale impugnando un oggetto metallico (non è chiaro se si trattava di un’arma vera e propria). Dopo essersi fatta consegnare 3.000 euro si è dileguata per le vie del centro. I carabinieri di Viggiano, guidati dal capitano Sabato D’Amico, l’hanno subito rintracciata sulla scia dell’identikit fornito dagli impiegati.
Non è la prima volta che Donnarummo ha a che fare con le forze dell’ordine. È lei, come dicevamo, l’autrice della truffa del sangue di Padre Pio. Nella sua casa di Marsicovetere, il 25 maggio del 2005, dalla statua del santo di Pietrelcina, che custodiva in giardino, fuoriuscì un liquido rosso. Sangue. Si gridò al miracolo con centinaia di fedeli che giungevano da ogni parte del Sud. La Chiesa, per la verità, rimase sempre in una posizione di attesa di fronte al fenomeno. Non si sbilanciò. E fece bene, perché non si trattava di miracolo. Non solo la lacrimazione non si rivelò veritiera, ma dopo prolungate indagini gli inquirenti ipotizzarono ai danni della proprietaria di casa, Donnarummo per l’appunto, il reato di «abuso della credulità popolare». La donna fu denunciata in stato di libertà.
Dalla data del primo «avvistamento» il cortile di quella casa era diventato meta di veri e propri pellegrinaggi. E non era raro vedere fedeli che omaggiavano il simulacro del Santo di monili in oro e altri oggetti preziosi. Il sangue che sgorgava dal viso di San Pio, insomma, si stava rivelando un affare. Ma la donna che stava abusando della suggestione e credenza popolare non aveva fatto i conti con i carabinieri. Infatti la compagnia di Viggiano, dopo l’attività investigativa condotta in collaborazione con il Ris di Roma, constatò che il liquido ematico rinvenuto sulla statua aveva lo stesso codice genetico (Dna) della persona sospettata.










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