26 marzo 2010

da Repubblica
21 novembre 2007 - Un finto incidente di caccia per eliminare il marito della donna di cui era innamorato. Poi il rimorso, la decisione di togliersi la vita e dopo il suicidio la confessione della donna contesa, crollata alla fine di un interrogatorio di sei ore: non è stato un fatto accidentale ma un assassinio. Ci sono due amici morti e una moglie finita in prigione con l' accusa di concorso in omicidio volontario in questa storia che si svolge al confine tra la Toscana e la Liguria nell' ambiente dei cacciatori. Sabato 17 novembre dai carabinieri si presenta Clara Maneschi, quarantaquattrenne di Follo (La Spezia), per denunciare la scomparsa di suo marito Maurizio Cioni, 49 anni. E' uscito all' alba per andare a caccia e non è rientrato. Partono le ricerche. Il giorno dopo è un amico del cacciatore, Giordano Trenti di 45 anni, a notare la macchina dell' uomo in una piazzola nella zona di Pallerone, una frazione di Aulla (Massa Carrara), e permettere così il ritrovamento del cadavere che si trova a pochi metri di distanza. Il corpo è riverso in avanti, trapassato vicino al cuore dal pallettone di un fucile calibro 12. Si pensa ad un incidente, ad un omicidio colposo. Quelle cartucce si usano per i cinghiali ma il sabato quelle prede non si possono cacciare, forse si tratta di un bracconiere che ha sbagliato il colpo ed è fuggito. Passano otto giorni, domenica mattina alle 8 Giordano Trenti si toglie la vita vicino a casa sua ad Arcola (La Spezia). Ancora un fucile da caccia, diverso da quello che ha ucciso Cioni, ancora un colpo al petto. «Ce la farete anche senza di me, vi amo - lascia scritto a moglie e figlie - Non so chi abbia ucciso Maurizio ma questa cosa non riesco più a sopportarla». Secondo i carabinieri è stato l' ultimo tentativo di difendere la donna di cui era innamorato; una sua confessione postuma avrebbe coinvolto anche lei. Ma Clara Maneschi non ha retto molto con il suo segreto. I carabinieri di Pontremoli (Massa Carrara) l' hanno portata in caserma domenica pomeriggio per ascoltarla di nuovo: «Signora o ci racconta tutto o di qua non esce». Dopo sei ore il crollo. «Speravo che dopo averlo ucciso si costituisse. Invece no, si è suicidato». La donna è scoppiata in lacrime, ha detto che Trenti era un amico a cui confidava i suoi problemi con il marito, un uomo violento (ma lei non lo ha mai denunciato). Piano piano il confidente si sarebbe innamorato della donna del suo compagno di caccia. «Prima o poi sistemo le cose, prima o poi ti renderò felice», le diceva. La donna si difende sostenendo che l' iniziativa dell' omicidio è tutta di quello spasimante non ricambiato. I carabinieri del capitano Antonio Ciervo e il pm di Massa Cinzia Perroni non le credono. La sera di venerdì 16 è stata lei a dire al Trenti che il marito il giorno dopo sarebbe andato a caccia. L' omicida lo ha incontrato la mattina presto al capanno dove la vittima teneva il cane per farsi spiegare quale zona avrebbe battuto. Poi lo ha raggiunto nel bosco di Pallerone e ha fatto fuoco da una ventina di metri, guardandolo in faccia. «E' tutto a posto, ti ho resa felice», avrebbe detto per telefono dopo il delitto Trenti a Clara Maneschi. I carabinieri si erano messi subito ad indagare su di loro. A casa dell' uomo, tra l' altro, hanno trovato cartucce della stessa marca di quella usata per l' omicidio. Non bastava per far scattare un' incriminazione. C' è voluto il suicidio per capire tutta la storia. «Quanto dovrò pagare per quello che ho fatto?», ha chiesto Clara Maneschi ai carabinieri prima di essere portata nel carcere di Pisa. - MICHELE BOCCI

http://lanazione.ilsole24ore.com/massa_carrara/2009/01/16/144782-quindici_anni_alla_mantide.shtml

16 gennaio 2008 - Se l’è cavata con 15 anni di carcere. Per il giudice del tribunale di Massa è il 'prezzo' che Clara Maneschi (nella foto) dovrà pagare per aver progettato insieme allo spasimante l’omicidio del marito. Un colpo di fucile nel bosco sopra il borgo di Pallerone in Lunigiana dove era stato attirato: così morì Maurizio Cioni il 17 novembre del 2007.
A sparare quello che credeva essere il suo migliore amico, Giordano Trenti. In realtà lui voleva liberare Clara dalla presenza del marito e diventarne l’amante: si uccise una settimana dopo, forse tormentato dal rimorso e dal dolore per aver distrutto la sua famiglia. E lo stesso giorno del suo suicidio Clara raccontò ai carabinieri della compagnia di Pontremoli quanto bastava a farle scattare le manette ai polsi e portarla in carcere. Colpevole, ha letto il giudice ieri alle 19 e 25 dopo un’intera giornata tra requisitoria e arringhe. Colpevole di omicidio volontario in concorso.
E lei, Clara, 47 anni, ex impiegata spezzina e ora la 'mantide' della Lunigiana, non ha fatto un piega. Frastornata, le mani tra i capelli, ha seguito le guardie carcerarie che la riportavano in cella a Pisa. Il pubblico ministero Alessandra Conforti aveva chiesto 30 anni di carcere: nessuna attenuante. Il giudice Alessandro Ranaldi, chiamato a decidere con rito abbreviato, l’ha ritenuta colpevole ma le ha concesso lo 'sconto': e le aggravanti hanno pareggiato con le attenuanti. Per Clara anche il pagamento di una provvisionale di 400 mila euro.
Una condanna mite per un reato che prevedeva l’ergastolo. Sul 'piatto' della giustizia la confessione una settimana dopo il delitto, le registrazioni delle telefonate allo spasimante per incontrarsi quando già pensava di essere intercettata, quel 'ho paura' svelato al terzo uomo con cui aveva una relazione per incontrarsi quando già pensava di essere intercettata. Clara non ha lasciato trasparire niente.
Non ha retto invece alla tensione la figlia di Giordano Trenti, l’omicida: ha rincorso il cellullare che la stava portando via e il suo dolore si è trasformato in insulti. Anche la moglie dell’assassino-suicida, Nicoletta De Fraia, è distrutta. "Troppo poco, è una sentenza troppo mite - commenta - tra poco uscirà e avrà tutto il tempo di rovinare altre famiglie". Hanno già assimilato il dolore e riescono a mantenersi calmi invece i familiari di Maurizio Cioni: il fratello Moreno, l’anziana madre Clara D’Imporzano, le figlie Jessica e Pamela.
Non si sono mossi dal tribunale di Massa ieri: dalle 10 fino a sera ad aspettare la sentenza. "Non abbiamo mai chiesto vendette ma solo giustizia - hanno detto i congiunti di Cioni - e mi sembra che la pena sia arrivata. Non contestiamo nulla, ci basta sapere che quella donna è stata riconosciuta colpevole". E’ stata una lunga giornata quella di ieri, iniziata con la requisitoria del pubblico ministero.
Per più di dieci ore Clara Maneschi è rimasta immobile sulla sua sedia, gli occhi incollati al muro dietro il giudice. Mai uno sguardo verso i familiari del marito, quasi nessuna reazione quando ha sentito chiedere 30 anni di carcere per il suo delitto. Solo un caffè. Quasi dimessa, niente minigonne e abiti leopardati come dopo l’omicidio: piumino trapuntato e capelli sciolti, pantaloni neri largi. Niente più tracce della 'mantide'. E ora? Resta la possibilità di un appello ma il difensore, l’avvocato Andrea Corradino, non si sbliancia: "Rispetto le sentenze. Vedremo le motivazioni prima di decidere se impugnarla o meno".
Carlo Galazzo

http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/la_spezia/2010/03/26/AM7CEeXD-condanna_confermata_maneschi.shtml

26 marzo 2010 - Clara Maneschi, l'ex impiegata di 46 anni di Follo, condannata in primo grado a 15 anni di reclusione per l'omicidio del marito Maurizio Cioni ha perso anche il secondo round. Ieri mattina, la Corte d'appello di Genova ha confermato la sentenza emessa dal Gup del tribunale di Massa, Alessandro Ranaldi, il 15 gennaio dello scorso anno. Per la mantide di Follo, giunta in aula in completo di jeans, truccata e capelli corti castani, è stato un duro colpo. La donna vede sfumare la possibilità di uscire dal carcere Don Bosco di Pisa dove è rinchiusa da oltre due anni. Prima dell'avvio dell'udienza Clara Maneschi si è alzata in piedi chiedendo di poter parlare. I presenti si aspettavano che la donna finalmente dicesse ai giudici la "sua verità", visto che in aula non aveva mai aperto bocca, forse per una strategia difensiva, come la richiesta del rito abbreviato, che fino a oggi non le ha certo procurato vantaggi. In realtà, l’imputata ha voluto comunicare al presidente della Corte d'appello la revoca dell'avvocato difensore, Andrea Corradino. A difendere la Maneschi è rimasta Debora Cossu, la sua giovane parente avvocato: l'unica che le è rimasta vicino. La Corte d'appello ha confermato anche il risarcimento alle parti civili, pari a 400 mila euro, suddiviso in quote da 100 mila euro ciascuna, tra le due figlie di Maurizio Cioni, Jessica e Pamela, l'anziana madre Clara D'Imporzano e il fratello Moreno, che Clara Maneschi dovrà pagare alla famiglia di suo marito per averlo ucciso in concorso con Giordano Trenti. che pochi giorni dopo il delitto si è ucciso.
I giudici di Genova hanno confermato anche il risarcimento danni alle vittime, con una provvisionale di 400mila euro per le parti civili. Clara Maneschi è apparsa impassibile. Lo è sempre stata, fin dalle prime battute della vicenda: anche quando aveva partecipato alle ricerche del marito, che sapeva già morto. In aula non ha parlato: nonostante si fosse diffusa la voce che avrebbe voluto pronunciare un discorso, rivolgendosi direttamente ai giudici. Ha aperto bocca solo per annunciare la revoca dell’incarico di uno dei suoi due legali, l’avvocato Andrea Corradino. Ha mantenuto solo l’avvocato Debora Cossu. Soddisfatti della sentenza, i legali di parte civile. Gli avvocati della famiglia di Maurizio Cioni, Giuliana Feliciani e Valentina Antonini, spiegano: «Ci aspettavamo una conferma della sentenza. L’impianto delle indagini e dell’accusa era solido. La vicenda è stata ormai chiarita, ci sono responsabilità gravi dell’imputata. I familiari della vittima sono sollevati dal fatto che si sia voluto fare giustizia».
In aula, a Genova, non c’era la madre della vittima, Clara, che è anziana, e non si sente bene. C’erano però il fratello Moreno e le figlie Jessica e Pamela, che fin dal principio di questa brutta storia hanno mantenuto un atteggiamento composto e dignitoso. La famiglia di Cioni e quella di Trenti, erano unite da una antica amicizia: i figli delle due coppie sono cresciuti insieme. Clara Maneschi, impiegata in un’autoscuola, non appare più la donna bionda e vistosa di tre anni fa, annoiata, con più di un amante. Ha i capelli castani naturali, taglio corto, ed in carcere segue i corsi di cucito e di religione.


1 commento:

Anonimo ha detto...

Quello che l'articolo non dice è che:
- i due cacciatori erano dall'infanzia più che amici, come fratelli;
-che l'assassina aveva più amanti;
-che dopo aver distrutto due famiglie e commesso un uxoricidio premeditato e pianificato, l'assassina ha avuto soltanto 15 anni, di cui si sà, magari ne sconterà realmente la metà.

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