21 febbraio 2011

23 GENNAIO 2003 - Una bella signora tedesca di origine slovacca è alla sbarra a Nizza in Corte d'assise per un omicidio dai contorni ancora misteriosi: avrebbe tramortito il suo ricco amante milanese con massicce dosi di sonnifero e poi, aiutata da due complici, l'avrebbe bruciato vivo in un finto incidente automobilistico.
La descrivono come una una 'mangiatrice d'uominì avida di denaro ma lei, Katharina Opavska, 47 anni ben portati, non cessa di gridare la sua innocenza: «Non avevo alcun interesse a uccidere Alberto. È l'uomo che volevo sposare».
Alberto Boni, questo il nome della vittima, fu ucciso in circostanze orrende la notte di un'eclisse di luna nel gennaio 2000: il cadavere carbonizzato fu trovate sulle pittoresche alture di Roquebrune in Costa Azzurra, dentro la sua Subaru precipitata in un burrone. L'uomo d'affari milanese aveva 64 anni, era separato dalla moglie e da un paio d'anni si era trasferito a Roquebrune dove viveva con la bella signora tedesca di origine slava, estetista
Tutto fu organizzato per far credere che Boni fosse morto carbonizzato in un incidente stradale ma Katherine Opavska si è ritrovata sotto processo per omicidio premeditato perchè ha fornito versioni piuttosto lacunose e contraddittorie su quanto successe quella sera. Non è riuscita ad esempio a spiegare come il suo compagno potesse essersi recato ad un incontro di lavoro quando aveva ingurgitato sonnifero in dosi da cavallo e non era assolutamente in grado di tenersi in piedi.
Il capo di imputazione non ha dubbi nemmeno sul movente: la donna avrebbe architettato l'eliminazione del facoltoso amante (con l'ausilio di due complici finora non identificati) perchè temeva di essere abbandonata e di soffrirne sul piano finanziario. Negli ultimi tempi litigavano spesso in modo violento, a quanto ha accertato l'inchiesta. Al processo (incominciato tre giorni fa) Laura, la figlia della vittima, ha raccontato che una volta l'esuberante signora fece cadere un'asciugacapelli in funzione dentro la vasca dove suo padre stava facendo il bagno.

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21 febbraio 2011 - Giaccone rosso fuoco fino a metà delle lunghe gambe, scarpe Gucci, borsa Prada, l'Hotel de Paris a Montecarlo, terme, lusso, relax. «Mi facevo bella. Alberto era appena partito dall'Italia». Tre ore d'autostrada. C'era tempo. Bionda, occhi che ipnotizzano. Non si asciugò i capelli: salì sulla Mercedes, avrebbe fatto a casa. Casa loro. Roquebrune Cap Martin, Costa Azzurra, verso il confine, tre piani vista mare. Il 21 gennaio 2000. Venerdì di eclissi di luna. Alberto Boni, broker milanese, 64 anni, sarebbe arrivato per morire.
Morire ammazzato, hanno stabilito i giudici francesi. «Non eravamo amanti. Era il mio uomo e io la sua donna. Stava divorziando. Ci saremmo sposati a febbraio. Mi hanno incastrata». L'appartamento è lo stesso. Manca il riscaldamento. Ha 54 anni. Giacca a vento lisa, scarpe da tennis, una bici con la catena che cade. La lega a un palo. Sul lucchetto codice di quattro numeri. La data di nascita dell'unico figlio. Negli ultimi undici anni l'ha visto poche volte. E sempre in carcere. Katharina Opavska ha finito di scontare la pena per omicidio. È tornata libera. «Gli assassini sono due. Non hanno voluto trovarli» dice.
Appena maggiorenne partì da Bratislava, dall'Est. Per la Germania. Lì, due mariti. Il secondo è scappato in Sudamerica, il primo è deceduto per malaria in Sudafrica. Lasciandole un patrimonio che ammontava all'epoca a lingotti d'oro, un appartamento e soldi per, oggi, un milione di euro. «Alberto aveva un'assicurazione sulla vita di sette milioni di marchi tedeschi. Un milione era destinato a me.
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