17 aprile 2013

di Judith Grossman* (una madre, una femminista)


Sono una femminista. Ho marciato sulle barricate, sottoscritto Ms. Magazine, e bussato a molte porte a sostegno di candidati progressisti impegnati per i diritti delle donne. Fino ad un mese fa avrei espresso sostegno incondizionato per il titolo IX e per la legge contro la violenza sulle donne.
Ma questo è stato prima che mio figlio, un veterano in un piccolo college di arti liberali nel New England, fosse citato da un'ex-fidanzata per presunti atti di "sesso non consensuale" che, presumibilmente, si erano verificati durante la loro relazione qualche anno prima .
Quello che ne è seguito è stato un incubo, un precipitare attraverso lo specchio di Alice in un mondo che non avrei mai creduto potesse esistere, meno che mai fra le mura ricoperte di edera pensate per proteggere un apparente dedizione all'illuminazione ed al miglioramento intellettuale.
E 'iniziato con un messaggio disperato "Chiamami urgentemente. Adesso".
E' stato così che mio figlio mi ha informata che non solo erano state portate accuse contro di lui, ma che gli era stato ordinato di comparire in un lasso di pochi giorni per rispondere di queste accuse . Non vi era stata alcuna indagine preliminare da parte di chi aveva raccolto queste accuse sui suoi comportamenti che avrebbero avuto luogo a scuola pochi anni prima; nessuna considerazione della possibilità che la gelosia o la vendetta avrebbero potuto motivare una giovane sdegnosa ex amante a scatenarsi. Peggio di tutto: a mio figlio non era concessa la presunzione d'innocenza.
In realtà, il titolo IX, come applicato dalla cosiddetta "garante della parità fra i sessi" nei campus universitari, e come interpretato da una recente direttiva del Dipartimento dell'Istruzione, ha cancellato, fra i diritti civili, la presunzione d'innocenza, che è così fondamentale per le nostre tradizioni della giustizia: nei campus universitari di oggi, né l'"al di là di ogni ragionevole dubbio", e nemmeno lo standard minore "di prove chiare e convincenti" sono necessari per stabilire la colpevolezza in una "cattiva condotta sessuale".
Tali garanzie del giusto processo sono state sostituite, per ordine del governo federale, da ciò che è noto come "una preponderanza delle prove": il che significa, in parole povere, che la pubblica accusatrice di mio figlio aveva bisogno di stabilire, prima del tribunale del campus, che le accuse erano "più probabili che non" e che i fatti si sono verificati con un sottile margine di prova dal 50,1% al 49,9 %.
Come funziona questo "tribunale del campus", come procede nel valutare le accuse? su quali elementi è in grado di formulare un giudizio?
La risposta spaventosa è che, come il proverbiale "gorilla da 800 libbre", il tribunale fa praticamente ciò che vuole, mostrando scarso riguardo per l'equità fondamentale, per il giusto processo, e per le procedure consolidate che si sono evolute sotto la Costituzione a protezione dei cittadini.
Chi sapeva che gli studenti universitari americani sono tenuti a restituire la Carta dei Diritti ai cancelli del campus?
A mio figlio è stato dato avviso scritto delle accuse contro di lui, nella forma di una lettera ufficiale del campus, in virtù del titolo IX; ma, invece di conferirgli il diritto di essere pienamente informato, i capi d'accusa separatamente elencati erano un fuoco di fila di dichiarazioni vaghe, rendendo ogni difesa praticamente impossibile. La lettera mancava anche delle informazioni di base circa i fatti che sarebbero accaduti anni prima; né le accuse erano sostenute da alcuna prova diversa dalla parola dell'ex-fidanzata.
L'udienza è stata un calvario di due ore di cottura alla griglia senza sosta, da parte del comitato della scuola, durante la quale - mi ha poi riferito mio figlio - gli è stata espressamente rifiutata la richiesta di essere rappresentato da un avvocato, o anche solo di avere un avvocato fuori dalla porta dell'aula. L'interrogatorio, ha detto, si è svolto molto lontano dalle accuse pur vagamente indicate nel cosiddetto preavviso: domande sul lontano passato, anche su questioni correlate, gli sono state scagliate, senza possibilità per lui di dare risposte meditate.
Le molte pagine di documentazione scritta che mio figlio aveva messo insieme, e che erano direttamente centrate sulla relazione con la sua accusatrice, nel periodo del suo presunto comportamento illecito, sono state liquidate in qualche modo come non rilevanti. Ciò che era rilevante, tuttavia, secondo la commissione, era la testimonianza giurata di "testimoni" ritenuti depositari di informazioni su ciò che di osservabile v'era stato nella relazione fa mio figlio e la sua accusatrice.
Che i ricordi di questi giovani (suscitati sotto intensa pressione dei giurati e con nessuna delle garanzie coerenti con l'equità fondamentale) fossero pertinenti, mentre i record di posta elettronica dell'accusatrice ed i messaggi sui social network non lo fossero, è una presa in giro nel vero senso del termine. Mentre a mio figlio è stato intimato dal comitato di non "discutere la questione" con eventuali testimoni, l'identità di questi testimoni contro di lui non gli è stata resa nota, né gli è stato permesso di confrontarsi o di mettere in discussione loro o la sua accusatrice.
Per fortuna, si dà il caso che io sia un avvocato e che abbia le risorse per fornire l'assistenza professionale necessaria per mio figlio. Le accuse contro di lui sono state infine archiviate, ma non prima che lui e la nostra famiglia abbiano dovuto soffrire per questa prova. Sono ovviamente sollevata e molto grata per questo risultato; eppure sono anche profondamente consapevole non solo di quanto facilmente tutto questo avrebbe potuto andare diversamente, con conseguenze che avrebbero potuto alterare la vita, ma anche di come troppo spesso ciò accada.
In tutto il paese, e con sempre maggiore frequenza, vittime innocenti fanno le spese di accuse impossibili da comprovare e vengono riconosciuti scarsi diritti alla correttezza fondamentale, e ci si ritrova intrappolati in una rete nel dilagare di quest'ultima ondata di politicamente-corretto. Pochi hanno una madre avvocato, e molti potrebbero non conoscere la Fondazione per i Diritti Individuali in materia di Istruzione, che mi hanno aiutato nella mia ricerca.
Ci sono casi molto reali e terrificanti di cattiva condotta sessuale e di violenza nei campus universitari e altrove: che tali reati debbano essere indagati e perseguiti, se del caso, non è in questione; la domanda che resta è: come possiamo garantire il giusto processo per tutti.
Temo che nel clima attuale l'obiettivo dei "diritti delle donne", con l'ossequio di matrice politica del governo e la tacita complicità di amministratori universitari, corre il rischio di sprofondare le nostre istituzioni più care in una fossa dei serpenti di vera ingiustizia, non diversamente dalle ingiustizie che lo stesso movimento [delle donne] ha così a lungo cercato di correggere. La sfrenata ortodossia femminista non è più la risposta agli atteggiamenti ed alle politiche che vittimizzano la vittima.

*La Sig.ra Grossman, avvocato e madre, vive a New York City.

Una versione di questo articolo è apparsa il 17 aprile 2013, a pagina A15 dell'edizione americana di The Wall Street Journal, con il titolo: "Una madre, una femminista, atterrita".


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