23 aprile 2015

Forte dei Marmi (LU) - La Circe della Versilia
17 luglio 1989 - La vicenda che ha come protagonisti Maria Luigia Redoli e Carlo Cappelletti comincia la notte tra il 16 ed il 17 luglio 1989 quando nel garage della sua villetta a Forte dei marmi viene trovato assassinato con 17 coltellate Luciano Iacopi, un ricco mediatore immobiliare, marito della donna. A scoprire il cadavere, riverso in una pozza di sangue, è la stessa moglie dell'anziano agente immobiliare (aveva 69 anni) al ritorno da una serata in discoteca trascorsa con il giovane amante, Carlo Cappelletti, ex carabiniere a cavallo e i figli di lei, Tamara e Dario.
I sospetti degli investigatori, coordinati dal PM Domenico Manzione, si indirizzano subito verso la donna (che la stampa chiamerà la Circe della Versilia), una donna di 50 anni, vistosa e di una bellezza aggressiva, bionda platinata, gli occhi perennemente coperti da occhiali scuri, appassionata di magia, e verso il suo amante ventiquattrenne, dal fisico imponente. In un primo momento le accuse cadono anche su Tamara, una ''copia'' quasi perfetta della madre, con gli stessi capelli platinati, gli stessi occhiali neri, lo stesso modo di vestire e perfino di camminare.
Sulla base di alcune intercettazioni telefoniche, effettuate subito dopo il delitto, l'accusa sostiene che la Redoli aveva contattato due maghi per ottenere una fattura mortale contro il marito. Ad uno di questi, visto che la magia nera non sortiva gli effetti sperati, la donna consegnò 15 milioni di lire come acconto per cercare un killer. Denaro di cui la Redoli, in seguito, aveva chiesto la restituzione perché "avrebbe provveduto lei".
L'elemento d’accusa decisivo, secondo Manzione, sta però nella porta che divide l'abitazione, dove Iacopi era appena rientrato e si era spogliato, ed il garage, dove è stato ucciso, trovata chiusa a chiave dagli inquirenti. L'unica persona che avrebbe potuto chiudere quella porta – a parere del magistrato - era la donna che aveva la chiave. Un errore fatale.
Con questi elementi Manzione cercherà di dimostrare le sue accuse davanti ai giudici della Corte d'assise di Lucca. Con fasi alterne, fino alla condanna definitiva del settembre 1991: ergastolo per gli amanti versiliesi.

Frascati (RM) - Fece uccidere il marito per godersi l'amante
11 ottobre 1996 - Ergastolo per tre imputati. Trent'anni per gli altri due. Ore 17.45, aula bunker di Rebibbia. Sentenza per l'omicidio di Vittorio D'Ammassa, il falegname cinquantenne trovato orribilmente "incaprettato" nel garage di casa due anni fa a Frascati.
Alla sbarra Patrizia Midei, la nuova dark lady dei Castelli imputata di aver organizzato l'esecuzione del marito in combutta con l'amica Patrizia Iafrati, per liberarsi dall'ingombrante vincolo matrimoniale e godersi i legami affettivi intrecciati da pochi mesi con un nuovo amante. Sotto accusa, insieme alle due donne, anche i tre malavitosi calabresi incaricati dell'esecuzione in cambio di 30 milioni, Antonio Sgro', Pino Fabrizio Grosso e Giovanni De Grandis.
Dopo cinque mesi e mezzo di udienze e oltre sette ore di camera di consiglio questo e' il giorno della verita'. Manca un imputato, Sgro', che non ce l'ha fatta ad aspettare e ha dato forfait, avvalendosi del diritto di non assistere al verdetto. Entra la Seconda Corte d'Assise presieduta da Salvatore Giangreco e sulle facce degli imputati scende un velo grigio.
Patrizia Midei, la biondina che con le sue minigonne faceva girare la testa ai Castelli, si e' trasformata in una minuta donna castana. La Bovary dei Castelli appare taciturna, con ai piedi scarpe basse da ginnastica. Deve aver deciso che non valeva la pena mettersi un tailleur blu come la sua amica, che a fianco ha ingannato l'attesa piangendo e mandando accidenti alla sua vicina: "Non l'avessi mai incontrata...".
Il verdetto cala nel silenzio come una mazzata. Tutti e cinque sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio pluriaggravato premeditato, nonche' del tentato omicidio, la prova generale che precedette di sette giorni l'esecuzione vera e propria. Per Antonio Sgro' e Patrizia Iafrati, grazie alla concessione delle attenuanti generiche, la pena e' di 30 anni. Alla Iafrati, infine, nonostante l'entita' della pena, sono stati concessi gli arresti domiciliari.
Non un grido, non una parola esce dalle quattro gabbie su cui si precipitano gli avvocati presenti. Per Patrizia Midei, che ha ricusato proprio all'ultima udienza uno dei suoi due difensori, il penalista Ennio Pizzino, non c'e' neanche la consolazione di farsi spiegare le formule dell'udienza dal principe del foro Carlo Taormina, assente per qualche contrattempo.

Serravalle Scrivia (AL) - Folgora il marito col phon nella vasca per poter stare con l'amante
2 marzo 1998 - Si è rivelato un tragico feuilleton di provincia la storia di Mirella Legnaro, la bella operaia di ventisei anni, fermata il quattordici febbraio per omicidio volontario nei confronti della quale, ieri, il giudice istruttore Nicola Nappi ha firmato un mandato di cattura: la donna è accusata di avere ucciso il marito, l'agente di custodia, Angelo Di Censo, di trentuno anni, gettando il phon nella vasca dove l'uomo stava facendo il bagno. Prima aveva tentato di ucciderlo a coltellate.
La Legnaro si è sempre proclamata innocente. Il colpo di scena si è consumato ieri. A dare il colpo di grazia alla sua difesa e al suo alibi già traballante è stato il suicidio dell'amico, il camionista Mauro Giavotto, di trentasette anni. L'uomo, tre giorni fa, si è lasciato morire asfissiato dai gas di scarico della sua auto, alla periferia di Novi Ligure. In un biglietto ritrovato dalla polizia sembra che il camionista abbia rivelato il movente di questo delitto. E a Serravalle Scrivia dove lavoravano ed abitavano i protagonisti di questa storia non si parla d' altro, soprattutto di lei, una donna che non aveva esitato a tradire il marito, nemmeno nascondersi troppo in una cittadina dove tutti si conoscono e i segreti durano molto poco.
Secondo quanto è stato accertato dal magistrato, la Legnaro avrebbe messo in atto il suo piano il giorno successivo ad una spiegazione fra i due uomini. Di Censo aveva schiaffeggiato il camionista intimandogli di non vedere più la donna. E l'operaia aveva deciso di uccidere, di eliminare il marito per stare per sempre con il nuovo amico. Mirella Legnaro, quindi, ha finto che il marito fosse stato vittima di una disgrazia, folgorato dall'asciugacapelli. Ma il suo racconto non ha convinto gli inquirenti.
Forse turbato dall' omicidio di Angelo Di Censo, l'amico di Mirella Legnaro, Mauro Giavotto, si è ucciso sabato scorso nei pressi di una discarica vicino a Novi Ligure, lasciandosi soffocare dalle esalazioni del tubo di scarico della sua auto collegato con l'interno della vettura.
L'esistenza della relazione tra i due è stata confermata da Mirella Legnaro. Non ha sorpreso i giudici. L'affettuosa amicizia tra Mirella e Mauro è anche provata da una lettera che la donna ha scritto al camionista. I due si erano conosciuti lavorando alle Trafilerie Libarna, dove la moglie dell'agente di custodia del carcere minorile di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, prestava servizio come inserviente. L'abitazione nella quale è avvenuto l'omicidio è all'interno dell'azienda ed era stata affittata alla giovane coppia. Anche dopo il trasferimento di Giavotto presso una ditta di Vignolo Borbera la donna aveva continuato a frequentarlo.
Al magistrato non è restato altro che confermare il mandato provvisorio di arresto emesso il quattordici febbraio scorso dal vicepretore di Serravalle Roberto Allegri. La donna, al momento dell'arresto, si è proclamata ancora una volta innocente. E' stata una disgrazia, ha continuato a ripetere. Vi è ancora mistero invece sulla lama di un coltello da cucina trovato accanto al cadavere. E' probabile che tra i due coniugi prima dell'omicidio vi sia stato un violento litigio. Sul corpo dell' agente di custodia erano state trovate piccole ferite provocate quasi sicuramente dal coltello da cucina trovato nella vasca. E' certo comunque che Angelo Di Censo è morto a causa della folgorazione causata dall'asciugacapelli. Lo ha infatti confermato l'autopsia effettuata dal professor Bistarini dell'Università di Genova.

Milano - Avevano deciso di liberarsi dell'ex marito di lei
16 aprile 1998 - Per nove anni e quattro mesi Lucianino "Due pistole" - al secolo Luciano Vella, 43 anni, siciliano trapiantato a Milano - in carcere ha tenuto la bocca chiusa. Michele Nicassio, la sera del 17 febbraio 1988, l'aveva ammazzato in piazzale Loreto dopo una lite per un motivo da niente. Nessun mandante, aveva giurato. Nessun movente, se non quella stupida questione del posteggio.
Ma l'anno scorso "Due pistole", che per l' omicidio venne arrestato sul posto da un vicebrigadiere in borghese, ha cominciato a vacillare. E, scrivendo una lettera allo stesso magistrato che lo aveva fatto condannare, ha indicato i nomi di chi gli aveva commissionato il delitto e lo pagava indirettamente per stare zitto: Antonietta Veglia ed il suo convivente Carmelo Puglisi (chiamato per sbaglio Erminio). Due personaggi singolari, come hanno accertato i carabinieri del nucleo Operativo cui è toccato il compito di cercare i riscontri alla tardiva e inattesa confessione.
Lei, 42 anni e un' apparizione al Maurizio Costanzo Show come esperta di scambi di coppie, è la ex moglie del morto, lasciato tempo prima dell' omicidio. Lui, 56 anni e un look che non passa inosservato, il suo nuovo fidanzato. Entrambi, da tempo, gestivano tre club a luci rosse a Milano e un quarto locale a Sanremo. Nell'ordine, il Cleopatra, il Paradise, il Play e il Paradise 2.
Venerdì scorso i due sono stati rintracciati dagli uomini del capitano Salvatore Cagnazzo e arrestati. Omicidio, è l' accusa che li accomuna, con l'aggravante da ergastolo della premeditazione. Il gip Guido Salvini, nove mesi dopo le prime ammissioni, ha infatti ritenuto credibile il racconto ripetuto da Lucianino "Due pistole" e sostanziali i riscontri trovati dagli investigatori.
I mandanti, è stato accertato, avevano onorato la "fattura" del sicario: 90 milioni pagati a rate, un milione alla volta, al figlio della sua compagna. E i versamenti, prima in contanti poi attraverso vaglia postali, non si erano mai interrotti: l' ultimo, da 5 milioni, era avvenuto il 23 luglio del 1997 sotto gli occhi dei militari.
Antonietta Veglia e Carmelo Puglisi - è la storia emersa dopo quasi dieci anni - avevano deciso di liberarsi dell'ex marito di lei, che non aveva mai accettato la loro relazione. E la scelta del killer era caduta su Luciano Vella, già dimostratosi affidabile per aver gambizzato un cliente che dava fastidio. Altra credenziale, determinante: il siciliano aveva già ucciso una volta, il 13 marzo del 1981, sul ballatoio di una casa di ringhiera al Ticinese, per liberarsi del balordo che gli aveva rubato la ragazza e l'aveva messa incinta. Condannato a 24 anni, rinchiuso a Parma, si era comportato bene tanto da ottenere la semilibertà e i permessi premio. Il soggetto ideale: nessuno avrebbe potuto pensare a lui, costretto a tornare in galera la notte stessa, per l'omicidio. E novanta milioni erano un prezzo ragionevole, anche per pagare il silenzio.
Invece a "Due pistole" andò malissimo. Dopo aver abbattuto Michele Nicassio, con la Smith&Wesson calibro 44 avuta dai mandanti, venne placcato da un militare fuori servizio che andava al cinema.

Torino - Moglie e amante, delitto imperfetto
11 maggio 2001


Seminara (RC) - Moglie e amante ammazzano il marito e fingono una rapina
2 ottobre 2001 - (Adnkronos) Giovanna Bellantonio di 30 anni e Antonino Caccamo di 44 anni, che, secondo le indagini, erano amanti ed avrebbero ucciso il marito della donna, Rocco Ditto di 33 anni, sono stati rinviati a giudizio dal Gip del Tribunale di Palmi. Devono rispondere di omicidio volontario.
Il fatto avvenne a Seminara (Rc) il 22 luglio dello scorso anno. Ditto fu ucciso mentre ritornava da Seminara, dove si era recato per far visita ai suoi genitori: era sceso per bere ad una fontanella pubblica e qualcuno gli sparo' alcuni colpi di pistola al petto.
La moglie tento' di accreditare la tesi di un omicidio maturato in un tentativo di rapina, ma le indagini portarono ad una diversa conclusione. La polizia di Stato pote' accertare che ad uccidere l'uomo era stato l'amante della moglie.

Roma - Arrestati moglie e amante
1° novembre 2001


Recoaro T. (VI) - Ucciso dalla moglie e dall'amante





Geologo ucciso: arrestata moglie
15 gennaio 2002 - Ucciso dall'amante della moglie, da questa istigato: sarebbe morto così il geologo in pensione Hans Stephan Zimmerman, 72 anni, ammazzato qualche mese fa a Recoaro Terme (Vicenza).
Con l'accusa di omicidio, i carabinieri hanno arrestato la moglie, Amalia Volpato, 54 anni, e il suo innamorato, Amedeo Pasquale Della Valle, di 76 anni. Zimmerman era stato ucciso con decine di coltellate, il cadavere mostrava anche una frattura al cranio. Era stata la moglie a dare l'allarme, denunciando però una rapina.

Ostia (RM) - Uccise l'ex marito a coltellate, con l'amante gettò cadavere nel Tevere: assolta!
15 aprile 2005 - Un anno di indagini condotte dai militari del reparto territoriale di Ostia, diretti dal colonnello Massimo Ilariucci hanno fatto piena luce sull'omicidio dell'imprenditore edile originario di Catanzaro Domenico Bruno ucciso secondo gli inquirenti dall'ex moglie con la complicità dell'amante, con la premeditazione.
Dopo il rinvenimento del cadavere dell'uomo, il 27 febbraio del 2004 ad Ostia nei pressi dello stabilimento 'Faber beach', l'esame autoptico aveva fatto risalire la morte dell'uomo ad almeno un mese prima.
Domenico Bruno, dopo 17 anni di matrimonio si era separato nel 2002 dalla moglie Luciana Cristallo, 40enne. Dei quattro figli, tutti maschi di età compresa tra gli otto e i vent'anni, dopo la separazione i due figli più grandi avevano deciso di vivere con il padre in via Aurelia, mentre i più piccoli erano rimasti con la madre in un appartamento di via Santini.
Il 27 gennaio 2003 Domenico Bruno alle 21,30 si reca a casa dell'ex moglie per una cena concordata. I quattro figli rimangono a casa dell'uomo con la governante. L'uomo viene ucciso nel corso della cena dalla moglie con 12 coltellate, una alla schiena molto profonda, inferte con un coltello a serramanico dalla lama lunga.
Solo in un secondo momento interviene l'amante della donna, Fabrizio Rubini, commercialista romano di 44 anni. Quest'ultimo aiuta la donna ad occultare il cadavere, avvolge al testa dell'uomo in una busta di nylon, lega una cintura di piombo da subacqueo intorno alla vita del cadavere e successivamente il corpo viene messo in un tappeto.
Nel corso dell'intera serata in cui avviene l'omicidio Luciana Cristallo e il suo amante Fabrizio Rubini comunicano telefonicamente utilizzando due schede telefoniche per cellulari che erano state acquistate per loro conto da due amici risultati estranei alla vicenda.
Prima di recarsi a casa della donna in via Santini per occultare il cadavere, il commercialista, nel tentativo di depistare le indagini, si porta sull'autostrada Roma-Fiumicino nell'area di servizio Magiana-Nord dove da una cabina telefonica compie una telefonata sul cellulare della vittima con una scheda prepagata che poi butterà.
I due amanti portano il cadavere ad Ostia Antica, dove arrivano con due autovetture, una Mercedes 300 di Domenico Bruno, che successivamente verrà ritrovata abbandonata in via Antonisei, nella zona della Romanina, e l'automobile del commercialista.
I due amanti vanno a vivere insieme nove mesi dopo l'omicidio, il 28 ottobre 2004, insieme ai figli della donna.
Il 4 aprile scorso i carabinieri hanno sottoposto a fermo i due amanti che nei giorni scorsi davanti al gip del Tribunale di Roma hanno ammesso parzialmente le proprie responsabilità.
La donna ha detto di aver ucciso, ma ha dichirato che il marito era giunto a casa sua ubriaco e che l'aveva aggredita. Il Rubini invece ha ammesso di aver preso parte alle fasi di occultamento del cadavere. Il corpo della vittima è stato gettato nel Tevere nei pressi di Ostia, nel Tevere sono stati lanciati anche il coltello e i due cellulari della vittima.
La donna aveva conosciuto il suo amante proprio nelle fasi della seprazione con il marito, a lui infatti, titolare di uno studio di commercialista si erano rivolti per la divisione dei beni.
fonte
24 ottobre 2012 - Decisione inaspettata, quella della III Corte d’assise per Luciana Cristallo e Fabrizio Rubini, la coppia accusata dell’omicidio di Domenico Bruno, imprenditore calabrese di 45 anni, ex marito di lei. Il processo si è concluso con due assoluzioni con formula piena. Al processo per omicidio volontario, aggravato dalla premeditazione - che si è tenuto a Roma a carico della moglie della vittima, Luciana Cristallo, e del suo presunto complice Fabrizio Rubini - il pubblico ministero aveva chiesto per i due imputati la condanna all'ergastolo. Anche i legali di parte civile - Nunzio Raimondi, Aldo Costa e Maurizio Arabia, che rappresentano la madre della vittima, Santa Marinaro; nonchè la curatrice dei due figli minorenni di Bruno e della Cristallo - avevano insistito perché gli imputati fossero dichiarati colpevoli.
I fatti risalgono al 27 febbraio 2004, quando la donna aveva ammazzato il marito - sposato vent'anni prima e con il quale aveva avuto quattro figli - con 12 coltellate. L’amante l’aveva aiutata ad avvolgere il corpo della vittima in un tappeto, prima di buttarlo nel Tevere. Il suo cadavere venne ritrovato solo un mese dopo, su una spiaggia di Ostia, dove il mare restituì il suo corpo trafitto da numerose coltellate. Il pm Elisabetta Ceniccola aveva chiesto l’ergastolo per entrambi perché, secondo la sua ricostruzione, Cristallo avrebbe agito premeditatamente. La Corte, invece, ha assolto la donna perché avrebbe agito per legittima difesa, mentre il suo compagno di allora, Fabrizio Rubini, doveva essere assolto per non aver commesso il fatto. L’occultamento di cadavere invece è andato prescritto.

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Taurisano (LE) - Avvelenò il marito per stare con l'amante e tenersi la figlia: terzo ergastolo
30 maggio 2006 (aggiornamento del 10 ottobre 2012)
Per la terza volta la parola ergastolo è risuonata in aula. A pronunciarla i giudici della Corte d’assise d’appello di Taranto, che hanno condannato al carcere a vita Lucia Bartolomeo, l'infermiera di Taurisano accusata dell’omicidio del marito, Ettore Attanasio, il 36enne deceduto la notte tra il 29 e il 30 maggio 2006.
Si tratta del terzo processo celebrato per la morte del 36enne. Dopo i primi due gradi di giudizio che si erano svolti a Lecce, infatti, lo scorso 15 novembre i giudici della Suprema Corte avevano annullato la sentenza di condanna alla pena dell'ergastolo emessa, il 12 maggio del 2010, dai giudici della Corte d'assise d'appello di Lecce nei confronti della donna.
Secondo la Cassazione, infatti, pur dando per accertato il fatto che l’imputata abbia somministrato la droga al consorte, non era possibile stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, che fosse stata quella dose di eroina a uccidere il 36enne, senza escludere che il decesso sia stato in qualche modo causato dalle condizioni di salute dell’uomo. I giudici della Suprema Corte aveva stabilito, inoltre, che il nuovo processo doveva essere celebrato a Taranto.
Oggi, dopo poco più di tre ore di camera consiglio, è arrivata la nuova condanna. I giudici hanno negato all'imputata le attenuanti, in controtendenza con quanto richiesta dall’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Lorenzo Lerario, che aveva invocato una condanna a 24 anni di carcere.
La difesa della Bartolomeo, rappresentata dagli avvocati Pasquale Corleto e Silvio Caroli, che hanno discusso oggi in aula, aveva evidenziato come la sola relazione extraconiugale intrapresa dalla 34enne, o il timore di un'eventuale separazione, non fossero argomentazioni valide a sostenere il movente di un omicidio. L’avvocato Pasquale Corleto, decano dei penalisti salentini, aveva sottolineato come fosse assolutamente necessario scindere la morale dalle accuse nell'ambito del processo. La difesa ha sempre sostenuto come la tesi accusatoria, inoltre, non sarebbe stata supportata da riscontri e prove scientifiche inconfutabili. Nessuna perizia, infatti, sarebbe stata eseguita sulla flebo che l'imputata avrebbe utilizzato per somministrare la dose letale di eroina. Sostanza che, scrivono i legali nelle motivazioni d'appello, Attanasio potrebbe aver assunto da solo. I riscontri tossicologici eseguiti sul cadavere a distanza di mesi, inoltre, non avrebbero chiarito la quantità di eroina presente nel corpo dell'uomo. A carico della Bartolomeo, dunque, vi sarebbero state, per i due legali, prove non sufficienti a provare la colpevolezza della loro assistita al di là di ogni ragionevole dubbio.
L'accusa nei confronti della donna è di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dall'aver agito col mezzo di sostanze venefiche e nei confronti del coniuge.
Secondo l'ipotesi accusatoria sarebbe stata l'ex infermiera a iniettare volontariamente una dose letale di eroina al marito. Una tesi che sarebbe supportata dalle perizie depositate dai consulenti nominati dai giudici e da alcuni sms che la donna avrebbe inviato al cellulare dell'amante (al quale più volte aveva raccontato, mentendo, che il consorte era malato di cancro). In quei messaggi la 34enne avrebbe dato per imminente la morte del marito, affermando che si trattava di "una questione di ore" poiché era in stato di coma e veniva alimentato con delle flebo.
Secondo l'accusa il movente dell'omicidio è legato proprio alla relazione extra coniugale che la donna aveva intrapreso, e la conseguente paura che una separazione la privasse dell'affidamento della figlia.
http://www.lecceprima.it/cronaca/omicidio-attanasio-nessuna-attenuante-per-l-infermeria-ergastolo-confermato.html

Catania - Uccise il marito, fermata con l'amico
28 giugno 2007 - M.M., 28 anni, e il suo amico G.C., meccanico di 41 anni, sono stati fermati a Catania con l'accusa di aver ucciso G.F., 35 anni, marito separato della donna.
Nei confronti dei due il sostituto procuratore Alessandro La Rosa ha emesso decreto di fermo. Attesa per domani la convalida.
Le indagini hanno avuto una svolta nel momento in cui la donna si e' autoaccusata dell'omicidio ed ha indicato Cubito come complice nell'omicidio consumato con sei colpi di un coltello da cucina nuovo e acquistato da poco. Agli atti dell'inchiesta vi sarebbe anche uno scontrino che attesta l'acquisto dell'arma bianca.
L'omicidio sarebbe avvenuto per continui litigi fra la M. e Furnari, motivi per i quali i due avevano deciso di separarsi: il Tribunale civile aveva fissato la prima udienza di separazione per lo scorso lunedi'. A scoprire il corpo privo di vita di Furnari nella sua abitazione sono stati i genitori al rientro da un viaggio a Venezia. (AGI).

Sanremo (IM) - Moglie ed amante ingaggiano un killer
12 settembre 2008 - (Adnkronos) Da anni cambiava amanti, alla ricerca di uno che uccidesse il marito che la maltrattava, ma l'ultimo si e' fatto incastrare dai carabinieri.
Lunedi' mattina alla stazione dei carabinieri di Arma di Taggia (Imperia) si presenta M. L., operaio 46 enne del posto, sostenendo di essere stato avvicinato, alla stazione Fs, da uno sconosciuto che gli ha offerto 20.000 euro in cambio di un favore: uccidere un uomo. Il racconto convince i militari del nucleo operativo che, grazie alla collaborazione di M.L., organizzano un incontro con la persona in cerca di un sicario. Si presenta P.B., pregiudicato 45enne che vive in Provincia di Imperia, rinnovando l'offerta. Si tratta di uccidere il marito della sua amante. A questo punto compaiono i carabinieri e la riunione prosegue in caserma.
Vistosi scoperto, il pregiudicato non tenta di negare, ma spiega di essere il tramite della sua amante, che sta cercando un uomo capace di uccidere suo marito. A conferma mostra alcuni sms scambiati con la donna.
E' M.G., 40 anni, casalinga dell'imperiese, che viene accompagnata in caserma per le domande di rito. Tra lo stupore dei presenti, M.G. racconta spontaneamente tutta la sua storia, cominciando dal matrimonio e dipingendo l'uomo come un despota che la maltrattava. Ormai da anni aveva deciso che l'unico modo per concludere questa storia era far uccidere il marito. E da anni cambiava amanti, alla ricerca di quello che avrebbe soddisfatto il suo desiderio di vendetta, finora senza successo. M.G. e P.B. sono stati denunciati per istigazione all'omicidio e sono a piede libero in attesa di processo.


25 febbraio 2010 - Il gup Maria Grazia Leopardi di Sanremo ha prosciolto, stamani, perche' il fatto non e' previsto dalla legge come reato: la casalinga, di 59 anni, di Riva Ligure (Imperia), Giuseppina Bianchi e l'amante di lei, il giardiniere Pasquale Manni, di 54 anni, inizialmente accusati di istigazione all'omicidio in concorso, per aver la donna chiesto all'amante di trovare un killer per uccidere il marito. I fatti risalgono al settembre del 2008 e all'epoca fecero parecchio scalpore, tanto che la donna, che poi ritorno' a vivere con il coniuge, venne battezzata la 'mantide' della Riviera.
Il giudice, accogliendo la tesi della difesa – gli avvocati Aldo Prevosto per la moglie e Valentina Quaroni per l'amante – ha ritenuto di non doversi procedere, in quanto l'invito ad uccidere non venne raccolto. La guardia penitenziaria alla quale Pasquale Manni, ignaro di trovarsi di fronte a un pubblico ufficiale, propose di commettere il delitto, in cambio di 20.000 euro, si rivolse immediatamente ai carabinieri che denunciarono entrambi.
Non essendo stato raccolto l'invito, ai due imputati poteva essere applicata soltanto una misura di sicurezza, tipo la liberta' vigilata, ma il giudice non ritenendo entrambi persone pericolose, ha escluso sanzioni accessorie. La vicenda venne a galla, a fine settembre del 2008, quando l'agente della penitenziaria, fisso' un appuntamento con Manni, facendo credere a quest'ultimo che avrebbe preso in considerazione la sua proposta, ma all'appuntamento si presentarono anche i carabinieri.
link alla notizia:
Sciacca (AG) - Manovale ucciso: arrestati moglie e amante

1° novembre 2009 - Tre persone sono state arrestate per l'omicidio del manovale di Sciacca, Michele Cangialosi, il cui corpo in avanzato stato di decomposizione fu ritrovato due settimane fa sotto tre metri di terra nella campagne dell'agrigentino. In carcere con l'accusa di omicidio in concorso e occultamento di cadavere sono finiti la moglie della vittima Celeste Sajeva, 23 anni, l'amante della donna Nicola Piazza, 23 anni e Paolo Naro, 20 anni, tutti di Sciacca.
L'uomo - 35 anni, sposato con due bambini - era scomparso dallo scorso aprile, ed era stata la moglie a denunciare la sparizione. Dopo il ritrovamento del cadavere i carabinieri hanno seguito da subito la pista dell'omicidio passionale. A svelare il retroscena sarebbe stata una quarta persona coinvolta nella vicenda, un minore, che, per il rimorso, avrebbe confessato il delitto.
Secondo indiscrezioni investigative a ideare il delitto sarebbe stata la moglie che si è avvalsa della complicità dell'amante e di altri due giovani.
L'omicidio di Cangialosi, strangolato nel suo letto con un filo di ferro e poi trasportato in campagna, dove è stato sotterrato, risalirebbe ad aprile. Nei confronti del minore al momento non sono stati adottati provvedimenti. Gli inquirenti stanno cercando di capire il movente, il ruolo del minore e quello della quarta persona coinvolta.
La Spezia - Confermati 15 anni alla Mantide di Pontremoli
da Repubblica 21 novembre 2007 - Un finto incidente di caccia per eliminare il marito della donna di cui era innamorato. Poi il rimorso, la decisione di togliersi la vita e dopo il suicidio la confessione della donna contesa, crollata alla fine di un interrogatorio di sei ore: non è stato un fatto accidentale ma un assassinio. Ci sono due amici morti e una moglie finita in prigione con l' accusa di concorso in omicidio volontario in questa storia che si svolge al confine tra la Toscana e la Liguria nell' ambiente dei cacciatori. Sabato 17 novembre dai carabinieri si presenta Clara Maneschi, quarantaquattrenne di Follo (La Spezia), per denunciare la scomparsa di suo marito Maurizio Cioni, 49 anni. E' uscito all' alba per andare a caccia e non è rientrato. Partono le ricerche. Il giorno dopo è un amico del cacciatore, Giordano Trenti di 45 anni, a notare la macchina dell' uomo in una piazzola nella zona di Pallerone, una frazione di Aulla (Massa Carrara), e permettere così il ritrovamento del cadavere che si trova a pochi metri di distanza. Il corpo è riverso in avanti, trapassato vicino al cuore dal pallettone di un fucile calibro 12. Si pensa ad un incidente, ad un omicidio colposo. Quelle cartucce si usano per i cinghiali ma il sabato quelle prede non si possono cacciare, forse si tratta di un bracconiere che ha sbagliato il colpo ed è fuggito. Passano otto giorni, domenica mattina alle 8 Giordano Trenti si toglie la vita vicino a casa sua ad Arcola (La Spezia). Ancora un fucile da caccia, diverso da quello che ha ucciso Cioni, ancora un colpo al petto. «Ce la farete anche senza di me, vi amo - lascia scritto a moglie e figlie - Non so chi abbia ucciso Maurizio ma questa cosa non riesco più a sopportarla». Secondo i carabinieri è stato l' ultimo tentativo di difendere la donna di cui era innamorato; una sua confessione postuma avrebbe coinvolto anche lei. Ma Clara Maneschi non ha retto molto con il suo segreto. I carabinieri di Pontremoli (Massa Carrara) l' hanno portata in caserma domenica pomeriggio per ascoltarla di nuovo: «Signora o ci racconta tutto o di qua non esce». Dopo sei ore il crollo. «Speravo che dopo averlo ucciso si costituisse. Invece no, si è suicidato». La donna è scoppiata in lacrime, ha detto che Trenti era un amico a cui confidava i suoi problemi con il marito, un uomo violento (ma lei non lo ha mai denunciato). Piano piano il confidente si sarebbe innamorato della donna del suo compagno di caccia. «Prima o poi sistemo le cose, prima o poi ti renderò felice», le diceva. La donna si difende sostenendo che l' iniziativa dell' omicidio è tutta di quello spasimante non ricambiato. I carabinieri del capitano Antonio Ciervo e il pm di Massa Cinzia Perroni non le credono. La sera di venerdì 16 è stata lei a dire al Trenti che il marito il giorno dopo sarebbe andato a caccia. L' omicida lo ha incontrato la mattina presto al capanno dove la vittima teneva il cane per farsi spiegare quale zona avrebbe battuto. Poi lo ha raggiunto nel bosco di Pallerone e ha fatto fuoco da una ventina di metri, guardandolo in faccia. «E' tutto a posto, ti ho resa felice», avrebbe detto per telefono dopo il delitto Trenti a Clara Maneschi. I carabinieri si erano messi subito ad indagare su di loro. A casa dell' uomo, tra l' altro, hanno trovato cartucce della stessa marca di quella usata per l' omicidio. Non bastava per far scattare un' incriminazione. C' è voluto il suicidio per capire tutta la storia. «Quanto dovrò pagare per quello che ho fatto?», ha chiesto Clara Maneschi ai carabinieri prima di essere portata nel carcere di Pisa. http://lanazione.ilsole24ore.com/massa_carrara/2009/01/16/144782-quindici_anni_alla_mantide.shtml
16 gennaio 2008 - Se l’è cavata con 15 anni di carcere. Per il giudice del tribunale di Massa è il 'prezzo' che Clara Maneschi (nella foto) dovrà pagare per aver progettato insieme allo spasimante l’omicidio del marito. Un colpo di fucile nel bosco sopra il borgo di Pallerone in Lunigiana dove era stato attirato: così morì Maurizio Cioni il 17 novembre del 2007. A sparare quello che credeva essere il suo migliore amico, Giordano Trenti. In realtà lui voleva liberare Clara dalla presenza del marito e diventarne l’amante: si uccise una settimana dopo, forse tormentato dal rimorso e dal dolore per aver distrutto la sua famiglia. E lo stesso giorno del suo suicidio Clara raccontò ai carabinieri della compagnia di Pontremoli quanto bastava a farle scattare le manette ai polsi e portarla in carcere. Colpevole, ha letto il giudice ieri alle 19 e 25 dopo un’intera giornata tra requisitoria e arringhe. Colpevole di omicidio volontario in concorso. E lei, Clara, 47 anni, ex impiegata spezzina e ora la 'mantide' della Lunigiana, non ha fatto un piega. Frastornata, le mani tra i capelli, ha seguito le guardie carcerarie che la riportavano in cella a Pisa. Il pubblico ministero Alessandra Conforti aveva chiesto 30 anni di carcere: nessuna attenuante. Il giudice Alessandro Ranaldi, chiamato a decidere con rito abbreviato, l’ha ritenuta colpevole ma le ha concesso lo 'sconto': e le aggravanti hanno pareggiato con le attenuanti. Per Clara anche il pagamento di una provvisionale di 400 mila euro. Una condanna mite per un reato che prevedeva l’ergastolo. Sul 'piatto' della giustizia la confessione una settimana dopo il delitto, le registrazioni delle telefonate allo spasimante per incontrarsi quando già pensava di essere intercettata, quel 'ho paura' svelato al terzo uomo con cui aveva una relazione per incontrarsi quando già pensava di essere intercettata. Clara non ha lasciato trasparire niente. Non ha retto invece alla tensione la figlia di Giordano Trenti, l’omicida: ha rincorso il cellullare che la stava portando via e il suo dolore si è trasformato in insulti. Anche la moglie dell’assassino-suicida, Nicoletta De Fraia, è distrutta. "Troppo poco, è una sentenza troppo mite - commenta - tra poco uscirà e avrà tutto il tempo di rovinare altre famiglie". Hanno già assimilato il dolore e riescono a mantenersi calmi invece i familiari di Maurizio Cioni: il fratello Moreno, l’anziana madre Clara D’Imporzano, le figlie Jessica e Pamela. Non si sono mossi dal tribunale di Massa ieri: dalle 10 fino a sera ad aspettare la sentenza. "Non abbiamo mai chiesto vendette ma solo giustizia - hanno detto i congiunti di Cioni - e mi sembra che la pena sia arrivata. Non contestiamo nulla, ci basta sapere che quella donna è stata riconosciuta colpevole". E’ stata una lunga giornata quella di ieri, iniziata con la requisitoria del pubblico ministero. Per più di dieci ore Clara Maneschi è rimasta immobile sulla sua sedia, gli occhi incollati al muro dietro il giudice. Mai uno sguardo verso i familiari del marito, quasi nessuna reazione quando ha sentito chiedere 30 anni di carcere per il suo delitto. Solo un caffè. Quasi dimessa, niente minigonne e abiti leopardati come dopo l’omicidio: piumino trapuntato e capelli sciolti, pantaloni neri largi. Niente più tracce della 'mantide'. E ora? Resta la possibilità di un appello ma il difensore, l’avvocato Andrea Corradino, non si sbliancia: "Rispetto le sentenze. Vedremo le motivazioni prima di decidere se impugnarla o meno".
http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/la_spezia/2010/03/26/AM7CEeXD-condanna_confermata_maneschi.shtml
26 marzo 2010 - Clara Maneschi, l'ex impiegata di 46 anni di Follo, condannata in primo grado a 15 anni di reclusione per l'omicidio del marito Maurizio Cioni ha perso anche il secondo round. Ieri mattina, la Corte d'appello di Genova ha confermato la sentenza emessa dal Gup del tribunale di Massa, Alessandro Ranaldi, il 15 gennaio dello scorso anno. Per la mantide di Follo, giunta in aula in completo di jeans, truccata e capelli corti castani, è stato un duro colpo. La donna vede sfumare la possibilità di uscire dal carcere Don Bosco di Pisa dove è rinchiusa da oltre due anni. Prima dell'avvio dell'udienza Clara Maneschi si è alzata in piedi chiedendo di poter parlare. I presenti si aspettavano che la donna finalmente dicesse ai giudici la "sua verità", visto che in aula non aveva mai aperto bocca, forse per una strategia difensiva, come la richiesta del rito abbreviato, che fino a oggi non le ha certo procurato vantaggi. In realtà, l’imputata ha voluto comunicare al presidente della Corte d'appello la revoca dell'avvocato difensore, Andrea Corradino. A difendere la Maneschi è rimasta Debora Cossu, la sua giovane parente avvocato: l'unica che le è rimasta vicino. La Corte d'appello ha confermato anche il risarcimento alle parti civili, pari a 400 mila euro, suddiviso in quote da 100 mila euro ciascuna, tra le due figlie di Maurizio Cioni, Jessica e Pamela, l'anziana madre Clara D'Imporzano e il fratello Moreno, che Clara Maneschi dovrà pagare alla famiglia di suo marito per averlo ucciso in concorso con Giordano Trenti. che pochi giorni dopo il delitto si è ucciso. I giudici di Genova hanno confermato anche il risarcimento danni alle vittime, con una provvisionale di 400mila euro per le parti civili. Clara Maneschi è apparsa impassibile. Lo è sempre stata, fin dalle prime battute della vicenda: anche quando aveva partecipato alle ricerche del marito, che sapeva già morto. In aula non ha parlato: nonostante si fosse diffusa la voce che avrebbe voluto pronunciare un discorso, rivolgendosi direttamente ai giudici. Ha aperto bocca solo per annunciare la revoca dell’incarico di uno dei suoi due legali, l’avvocato Andrea Corradino. Ha mantenuto solo l’avvocato Debora Cossu. Soddisfatti della sentenza, i legali di parte civile. Gli avvocati della famiglia di Maurizio Cioni, Giuliana Feliciani e Valentina Antonini, spiegano: «Ci aspettavamo una conferma della sentenza. L’impianto delle indagini e dell’accusa era solido. La vicenda è stata ormai chiarita, ci sono responsabilità gravi dell’imputata. I familiari della vittima sono sollevati dal fatto che si sia voluto fare giustizia». In aula, a Genova, non c’era la madre della vittima, Clara, che è anziana, e non si sente bene. C’erano però il fratello Moreno e le figlie Jessica e Pamela, che fin dal principio di questa brutta storia hanno mantenuto un atteggiamento composto e dignitoso. La famiglia di Cioni e quella di Trenti, erano unite da una antica amicizia: i figli delle due coppie sono cresciuti insieme. Clara Maneschi, impiegata in un’autoscuola, non appare più la donna bionda e vistosa di tre anni fa, annoiata, con più di un amante. Ha i capelli castani naturali, taglio corto, ed in carcere segue i corsi di cucito e di religione.

Caltagirone (CT) - Omicidio Giandinoto: mandante dell'accoltellamento era la moglie
22 novembre 2010Risolto l’omicidio di Giuseppe Giandinoto, 40 anni, assassinato con due coltellate al torace la notte del 27 agosto scorso davanti la sua abitazione a Caltagirone, nel Catanese. Istigatrice del delitto sarebbe stata la moglie dell’uomo, Teresa Trombino.
La Procura di Caltagirone ha disposto il fermo della donna e di altre tre persone: tra queste il suo convivente che avrebbe avuto un ruolo nel delitto. Alla donna sono stati concessi gli arresti domiciliari perchè è incinta. Un fermo è stato eseguito a Faenza, nel Ravennate. Il movente sarebbe di natura passionale e maturato anche nell’ambito di forti contrasti familiari.
Il reato ipotizzato dal procuratore capo di Caltagirone, Francesco Paolo Giordano, è di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione. Il presunto esecutore materiale, un romeno di 20 anni, Marius Florin Maftei, era stato già arrestato poche ore dopo il delitto ed è ancora detenuto. A permettere la sua identificazione era stato la stesso Giandinoto, che prima di morire in ospedale aveva fornito agli investigatori alcuni elementi per risalire al suo assalitore. (agi) fonte


Lamezia Terme (CZ) - L'amante uccide il marito di lei
21 giugno 2011 - C'è una brutta storia dietro la morte di Giovanni Villella, avvenuta lungo una strada sterrata nei pressi di un vivaio in località Pullo nella notte tra il 4 e il 5 giugno scorso: la giovane moglie era diventata l'amante dell'ex calciatore vigorino Giovanni Giampà, Questo è quanto emerge dalla conferenza stampa svoltasi in procura dal sostituto procuratore Domenico Galletta, dal neo dirigente del commissariato di Lamezia Antonio Borelli e dal suo vice Lucia Cundari.
Una brutta storia, quindi, che vede coinvolte tre persone, Pina Jennifer, rumena, moglie della vittima, il suo amante, Giovanni Giampà e il cognato di lui Michele Dattilo, balzato agli onori della cronaca per diversi precedenti penali ed essendo coinvolto, tra l'altro, in diversi sequestri di persona negli anni '70 del secolo scorso. Per questo omicidio il sostituto procuratore Galletta ha sottolineato la grande collaborazione tra polizia giudiziaria e Procura seguendo i metodi classici di investigazione che ha permesso di individuare subito i colpevoli, rei, nelle varie testimonianze, di contraddizioni sempre più evidenti. Un lavoro di investigazione sui tabulati telefonici ha permesso di ricostruire lo scenario che ha portato all'omicidio e dal quale sarebbero emerse anche due utenze telefoniche sconosciute usate dai due amanti per parlare tra loro, al di fuori dai numeri di cellulare a tutti conosciuti.
La vittima riceve una prima telefonata sul cellulare attorno alle 21:38. Dall'altro capo del telefono c'è Giampà. I due si conoscono e, probabilmente, l'uomo dà alla vittima un appuntamento che dovrebbe poi essere quello in località Pullo. Il motivo alla base dell'incontro del sabato sera sarebbe un furto ai danni di un vivaio della zona. Villella esce di casa attorno alle 22:20 ed arriva sul posto dieci minuti più tardi. Parcheggia il furgone. Ad attenderlo c'è Giampà, apparentemente solo. Villella ha una fasciatura alla mano per un piccolo incidente e non può trasportare le piante se non una alla volta. Ne prende una e ritorna indietro dove ad attenderlo c'è Giampà con le restanti due. A quel punto entrerebbe in scena il cognato di Giampà, Dattilo, che uccide materialmente l'uomo dopo averlo inseguito per un breve tratto lungo la strada sterrata e dove poi, l'indomani mattina, il corpo senza vita sarà ritrovato.
Gli investigatori, analizzando minuziosamente i tabulati telefonici dei sospettati, a questo punto della storia, notano una cosa: il traffico tra le utenze di Giampà e Jennifer sono molto frequenti nei minuti prima e dopo l'ora della morte di Villella. Ma c'è un lasso di tempo, durato circa 45 minuti e che risalirebbe all'ora dell'omicidio, in cui queste utenze si interrompono. Uno strano silenzio, una coincidenza evidente che ha permesso agli uomini del commissariato lametino di risalire all'intreccio che ha condotto a morte Villella. Tra le altre prove a carico, ci sarebbe anche quella di una telefonata che il Giampà, dal suo numero di cellulare tradizionale farebbe a sé stesso, ovvero sul numero segreto che utilizzerebbe per sentirsi con l'amante. Un gesto, quest'ultimo, fatto ingenuamente per accertarsi di non aver lasciato l'altro cellulare sul luogo del delitto. Al vaglio degli investigatori, infine, ci sarebbe anche una confidenza telefonica che Giampà avrebbe fatto sul delitto ad una quarta persona che non è indagata.
Il motivo alla base degli arresti d'urgenza sarebbe riconducibile alla possibilità della fuga per almeno uno dei tre, Dattilo, che ha precedenti in questo senso.
Il sostituto procuratore Galletta, al termine della conferenza stampa, ha tenuto a ribadire come solo agendo in sinergia e intensamente con la polizia giudiziaria si possa arrivare presto bene e alla soluzione di delitti che non hanno una natura prettamente mafiosa. L'omicidio, infatti, è nato in ambito familiare ed è di natura passionale, indipendentemente dai legami familiari dei soggetti coinvolti.
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15 dicembre 2011 - La polizia di Stato ha fermato a Lamezia Terme due persone, Angela Giampà, 68 anni, e Massimo Rondinelli, 31, accusate di concorso nell’omicidio del pregiudicato Giovanni Villella, 31 anni, ucciso a colpi di fucile caricato a pallettoni il 4 giugno scorso.
Il 21 giugno per lo stesso omicidio il Commissariato di Lamezia Terme aveva arrestato altre tre persone, Jennifer Pina, 29 anni, moglie della vittima, Giovanni Giampà, 41, ex calciatore professionista della Vigor Lamezia e fratello di Angela, e Michele Dattilo, 66 anni. Secondo le indagini, Giovanni Giampà e Dattilo sarebbero stati gli esecutori materiali dell’omicidio. Nell’inchiesta sull’omicidio di Villella sono indagate, inoltre, altre due persone, entrambe già detenute, con l’accusa di avere nascosto le armi utilizzate per uccidere Villella. Si tratta dello stesso Michele Dattilo e di Giuseppe Falsia, 38 anni.
Secondo quanto è emerso dalle indagini, Jennifer Pina, moglie della vittima, aveva allacciato una relazione con Giovanni Giampà, decidendo poi insieme a lui di uccidere il marito.
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9 gennaio 2013Era consapevole che il compagno sarebbe stato ucciso anche se non conosceva i dettagli dell’esecuzione.
Depositate le motivazioni del giudice che ha condannato a sedici anni di carcere la moglie di Giovanni Villella ucciso nel giugno del 2011.
Sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna emessa dal giudice delle indagini preliminari, Barbara Borelli, il 6 ottobre scorso e con la quale, accogliendo la richiesta dell'accusa ha condannato Pina Jennifer a 16 anni. La donna era accusata di concorso nell'omicidio di suo marito Giovanni Villella, aggravato dalla premeditazione.
Pina Jennifer aveva scelto di essere processata con il rito abbreviato e la pena gli stata ridotta. Il procedimento penale a suo carico prese il via dopo l'omicidio del Villella avvenuto il 4 giugno del 2011. Dopo un paio di settimane Pina Jennifer fu raggiunta da un provvedimento di custodia cautelare in carcere per essere stata la presunta istigatrice e determinatrice e per aver concorso al progetto sanguinoso nei confronti del coniuge. La donna non è finita in carcere solo perché madre di due bambini molto piccoli.
L’altro ieri il giudice Borelli ha depositato le motivazione delle sentenza di condanna che aveva emesso nell’ottobre dello scorso anno rispettando i tempi. Nel ricostruire dal punto di vista processuale l’intera vicenda giudiziaria che ha visto protagonista Jennifer nell’omicidio del marito - omicidio per il quale sono sotto processo davanti alla Corte d'Assise di Catanzaro Giovanni Giampà e Michele Dattilo, accusati d'essere gli esecutori materiali dell'omicidio di Giovanni Villella - il giudice si sofferma nella valutazione del materiale probatorio posto a fondamento della declarata responsabilità dell’imputata.
Per il giudice «l’elemento granitico posto a fondamento della responsabilità penale della Jennifer è costituito dalla sua sostanziale confessione, risultata attendibile e pienamente in linea con tutte le risultanze oggetto di acquisizione, quali in particolare, le contraddizioni ravvisate tra le iniziali dichiarazioni dei tre protagonisti della vicenda, gli esiti della disamina dei tabulati telefonici, le risultanze medico legali, nonché le fondamentali dichiarazioni di alcuni testi».
Quindi «la valutazione analitica e complessiva delle risultanze probatorie oggetto di acquisizione» ha spinto il giudice «a ritenere provata la dinamica dei fatti, conferendovi autenticità per gli aspetti più salienti circa la specifica compartecipazione della Jennifer, alla sostanziale confessione resa dalla stessa, riscontrata oltre che arricchita in via incrociata e vicendevole, anche dalle dichiarazioni di una teste e dagli altri riscontri oggettivi».
http://www.gazzettadelsud.it/news/29598/Pina-Jennifer-istig%C3%B2---e-spalleggi%C3%B2-l%E2%80%99assassino.html

Mondovì (CN) - Omicidio Ferreri: fu l'ex convivente a istigare il nuovo amante
aggiornamento dell'11 settembre 2011 - Il Tribunale di Mondovì ha condannato a 12 anni di carcere Dominique Mantello, 50 anni, imputata di concorso nell'omicidio del pensionato Romano Ferreri, 62 anni, il cui corpo fu ritrovato un anno fa nella ex Caserma Durando di Piazza.
La sentenza al termine del rito abbreviato davanti al giudice Maria Eugenia Oggero.
La donna era stata la compagna della vittima, prima che nella loro vita comparisse quello che è poi diventato l'amante, Armando Bevilacqua.(ANSA)
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Palermo - Insieme all'amante cercò di eliminare il marito con topicida ed iniezioni di veleno
15 aprile 2004 - «Ho iniziato a colpire mio marito con la statuetta di porcellana perchè lui mi voleva accoltellare». Si difende così Elena Smeraldi, l'imprenditrice palermitana che la notte scorsa ha ucciso il marito Giuseppe Lo Cicero, più giovane di quattro anni, colpendolo alla testa e alla nuca con una statua della Pietà di Michelangelo. La donna ha ammesso di essere stata l'autrice del delitto dopo circa un'ora di interrogatorio dei Carabinieri che stanno conducendo le indagini, coordinate dal pm Antonio Ingroia.
Secondo il suo racconto, Lo Cicero, che fino a pochi anni fa viveva a Roma, dopo l'ennesima lite familiare avrebbe preso un coltellaccio da cucina per colpire la moglie. «E io - dice lei - mi sono difesa». Il figlio tredicenne della coppia, al momento dell'uccisione non si sarebbe trovato in casa.
4 novembre 2011 - La prima sezione della Corte d’assise d’appello di Palermo ha ridotto a 24 anni la pena inflitta a Elena Smeraldi, accusata di aver ucciso il marito, l’imprenditore Giuseppe Lo Cicero, nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2004.
In primo grado la donna aveva avuto l’ergastolo. La corte d’appello ha eliminato l’aggravante della premeditazione. La Smeraldi è stata processata col rito ordinario, mentre il presunto complice e amante, Francesco Marotta, è stato condannato per lo stesso reato a 15 anni di carcere col rito abbreviato.
Secondo l’accusa gli “amanti diabolici”, così furono ribattezzati dalla stampa, assassinarono Lo Cicero, che era nella sua abitazione, nel quartiere palermitano di Cruillas, dopo averlo sottoposto a sevizie: coltellate, iniezioni di veleno per topi e colpi inferti con una statuetta di marmo che riproduce la Pietà di Michelangelo.
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Larino (CB) - Uccise il marito per stare con l'amante: 14 anni
10 marzo 2012 - Secondo i magistrati è stata la donna - A.V. - ad uccidere il marito, del quale però non è mai stato ritrovato il corpo. N.D.P. è scomparso il 20 luglio del 2007.
I giudici hanno ritenuto responsabile dell'omicidio soltanto la donna, assolvendo dal reato l'amante - D.C. - che è stato condannato ad un anno di reclusione ma per favoreggiamento. Secondo i giudici non c'è stata premeditazione.
La Corte ha anche deciso di inviare gli atti del processo alla Procura della Repubblica di Larino per ulteriori indagini sul presunto occultamento di cadavere, reato escluso nella sentenza con la motivazione che il fatto non sussiste. Alla parte civile è stato riconosciuto un risarcimento dei danni provvisorio per ventimila euro.
Ad incastrare la donna sono state alcune intercettazioni telefoniche di conversazioni con l'amante che l'avrebbe aiutata dopo il delitto. Proprio nella notte della scomparsa di D. P. tra i due amanti ci fu una serie di telefonate. Poi per circa due ore nessuna comunicazione. Per l'accusa durante quell'arco di tempo N.D.P. è stato ucciso.
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Orte (VT) - Una 43enne tenta, con l'attuale amante, di uccidere l'ex convivente
12 luglio 2012 - Coppia di amanti violenti arrestati per tentato omicidio. I due - lei 43 anni, e lui, egiziano di 20 - sono stati ammanettati per avere colpito a sprangate in casa, ad Orte, il compagno della donna.
Secondo gli investigatori, sarebbero stati loro ad aggredire l'operaio di 45 anni, colpendolo ripetutamente forse con una mazza da baseball. L'uomo ora è in gravi condizioni all'ospedale di Viterbo.
Secondo quanto si è appreso, i due, che hanno fatto irruzione in casa incappucciati, sarebbero stati riconosciuti da più di un testimone mentre si allontanavano dall'abitazione dopo aver compiuto il raid. Si erano infatti tolti i cappucci che celavano i loro volti.
La donna - che ha avuto una figlia con l'uomo aggredito, oggi di 9 anni, e che ha altri due figli più grandi, nati da una precedente relazione - aveva detto al compagno che si sarebbe recata al mare a Montalto di Castro, dove la coppia possiede una casa. Una mossa che, secondo i carabinieri, le serviva per procurarsi un alibi. In realta' sarebbe rimasta in zona, in compagnia del giovane egiziano e, intorno alle 2:30 di notte, hanno compiuto l'irruzione e il pestaggio.

Solo dopo sono partiti insieme per raggiungere Montalto di Castro, ma sono stati bloccati lungo la strada da una pattuglia dei carabinieri che era sulle loro tracce. Poi il fermo, il lungo interrogatorio e, infine, l'arresto con l'accusa di concorso in tentato omicidio.
Le ragioni della spedizione punitiva non sono state ancora chiarite. Di certo, secondo gli investigatori, non volevano compiere una rapina. Il loro obiettivo era il compagno della donna.
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Thailandia - Moglie assolda l'amante, con i soldi del marito, per ucciderlo
23 settembre 2012Stephen Phillips, 59enne originario di Torquay (Devon) è stato freddato da un killer mentre era sulla sua moto nel villaggio Baan Phai, 250 miglia a nord-est di Bangkok. Sua moglie - Wilaiwan, 29enne thailandese - ed altri 2 uomini, sono stati fermati dalla polizia con l’accusa di aver architettato l’assassinio di Stephen. 
Tra i due uomini fermati si presume ci sia l’amante della donna. Il killer ha colpito l’uomo con diversi colpi di arma da fuoco: il primo all’addome, poi alle gambe ed infine in testa.
Stephen aveva recentemente stipulato un’assicurazione 
sulla vita per oltre 250.000 euro ed erano stati ritirati dal suo conto in banca circa 15.000 euro. L’anziana madre di 81 anni, residente a Manchester, ha detto alla stampa “Era tornato qui all’inizio dell’anno e mi aveva detto che non era felice del suo matrimonio. Ma, a parte questo, si trovava bene in Thailandia”. 
La polizia ha detto “Abbiamo arrestato uno dei malviventi presenti durante l’agguato. Sappiamo chi ha sparato. Le indagini sono in corso ma entro una settimana avremo arrestato tutti i colpevoli”.
http://notizieshock.it/giovane-moglie-thailandese-assolda-un-killer-per-uccidere-il-marito-59enne-
con-i-suoi-stessi-soldi/

Possagno (TV) - Con l'aiuto dell'amante uccide il marito
23 aprile 2015Una donna e un uomo,  Lucia Lo Gatto e Manuel Palazzo, rispettivamente di 41 e 27 anni, entrambi residenti nel Vicentino, sono stati sottoposti questa notte dai Carabinieri di Treviso a fermo di polizia giudiziaria e condotti in carcere perché fortemente indiziati dell’omicidio del vicentino Aldo Gualtieri, 40 anni, il cui corpo, carbonizzato, è stato trovato giovedì a Possagno (Treviso).
I militari sono riusciti così, a poche ore dal ritrovamento del cadavere, a risolvere quello che, in un primo momento, appariva un giallo, identificando la vittima e individuando i due presunti assassini.
I fermati sono una coppia di amanti che avrebbe ucciso il marito di lei residente a Romano d’Ezzelino, nel Bassanese.
Il movente, secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti, sarebbe da ricondurre a ragioni passionali. L’omicidio sarebbe stato compiuto nella scorsa fine settimana nella zona del Bassanese e poi trasportato a Possagno.
A mettere i militari sulle tracce della coppia un episodio avvenuto domenica scorsa. Proprio una coppia a bordo di un’automobile era rimasta in panne nel luogo del ritrovamento del cadavere, nascosto sotto un cumulo di pietre. I due avrebbero chiesto aiuto al titolare di un’autofficina della zona per far ripartire la vettura. L’uomo ha riferito agli investigatori di aver notato il fumo uscire dall’ammasso di pietre ma di aver pensato che si trattasse di una grigliata improvvisata.
Il corpo della vittima si trova all’ospedale di Treviso, a disposizione dei consulenti che saranno nominati dal sostituto procuratore della Repubblica Maria Giovanna de Donà.
Il corpo carbonizzato era stato trovato poco dopo le 14 di giovedì, da alcuni boscaioli lungo una mulattiera a Possagno in valle della Gheda. Aveva il cranio fracassato e alcune ferite di arma da taglio sul petto. Il decesso risale a circa una settimana fa. Il corpo sarebbe stato dato alle fiamme sul luogo dove è stato ritrovato. 
La scena del crimine, sul quale indagano i carabinieri coordinati dal pm Mara De Donà, presentava evidenti bruciature anche sulla vegetazione attorno a quel che rimane del corpo e su alcuni rami di alberi lungo la stretta strada sterrata dietro la Gipsoteca del Canova.
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2015/23-aprile-2015/cadavere-carbonizzato-

Riace (RC) - Lei e l'amante eliminano il terzo incomodo
25 ottobre 2015Volevano farsi una vita insieme, non prima di aver ucciso il marito di lei. Lo affermano i carabinieri della Compagnia di Roccella Ionica che, insieme a quelli del Gruppo di Locri, hanno sottoposto a fermo Sabrina Marziano, 28 anni, ed il suo amante Agostino Micelotta (21), per l'omicidio del marito di lei, Ernesto Ienco (31), ucciso 7 giorni fa a Riace a colpi di fucile.
I due sono accusati di concorso in omicidio aggravato e porto e detenzione di armi.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, la notte del 25 ottobre, all'una e venti circa, i due fermati, al rientro da un matrimonio fuori paese di Ienzo, hanno sparato, da dentro la casa coniugale, quattro colpi di fucile caricato a pallettoni. Quindi, con un corpo contundente, avrebbero infierito sulla vittima colpendola ripetutamente alla nuca.
Ai due, i carabinieri sono giunti grazie alle numerose testimonianze raccolte, e alle attività tecniche con intercettazioni, analisi di tabulati telefonici e perizie. Le indagini avrebbero messo in luce la falsità del racconto fatto dalla coppia subito dopo il delitto.
Sabrina Marziano e Agostino Micelotta, secondo quanto emerso dalle indagini dei carabinieri, si erano conosciuti proprio tramite il marito della donna e da circa due anni avevano quella che gli investigatori hanno definito "un'intensa relazione amorosa". Da tempo, inoltre, avrebbero progettato l'idea di costruirsi un futuro insieme. Progetto, però, fortemente osteggiato dal marito. Situazione che è poi sfociata nell'omicidio.

I fermati sono stati condotti nelle Case circondariali di Palmi e Reggio Calabria a disposizione della Procura della repubblica di Locri.
http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/calabria/locri-marito-ucciso-arrestati-la-moglie-e-il-giovane-amante_2141523-201502a.shtml

Premolo (BG) - A cinque mesi dal matrimonio avvelena il marito per poter stare con l'amante
4 dicembre 2015Dopo 12 anni di convivenza e cinque mesi di matrimonio stava cercando un modo per lasciare il marito e assecondare l’avventura extraconiugale che aveva intrapreso con un collega dell’uomo pochi giorni dopo essere rientrati dal viaggio di nozze: così ha pensato che la strada più semplice e veloce fosse quella dell’avvelenamento e dell’omicidio.
Omicidio che, alla luce dei fatti, è solo tentato perché i medici del Papa Giovanni XXIII gli hanno salvato la vita dopo che nel primo pomeriggio di venerdì 4 dicembre era arrivato con l’elisoccorso in condizioni disperate, in coma ipoglicemico e acidosi metabolica.
Protagonisti della vicenda Bortolo Rossi, 42enne di Premolo, e la moglie 47enne Laura Mappelli: per la donna il gip Raffaella Mascarino non ha convalidato il fermo, avvenuto nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 dicembre su disposizione del pm Laura Cocucci, ma ha comunque disposto la misura cautelare nel carcere di via Gleno per i gravi indizi di colpevolezza a suo carico dalla mattina del 14 dicembre.

La mattina del 4 dicembre scorso l’uomo, autista della Furia Omero di Gorno, si sveglia alle 6 per andare al lavoro: beve un caffè prima di recarsi in auto a Ponte Nossa per il servizio di linea delle 7. Una volta arrivato sul posto di lavoro prende un altro caffè coi colleghi, poi svolge il regolare servizio, copre anche il turno scolastico di Gorno e fa ritorno a casa alle 9.

Qui trova la moglie che gli porta un altro caffè per la colazione: un caffè in capsule che, quella mattina, l’uomo nota come si presenti sotto un altro aspetto, lasci un insolito fondo e sia piuttosto amaro. Al suo interno la moglie aveva sciolto una pastiglia di Halcion, un farmaco di cui la donna fa regolarmente uso e che favorisce il sonno: da quel momento in poi l’uomo non ricorderà più nulla fino alle 18 del giorno stesso quando si risveglierà al Papa Giovanni, intubato e con attorno i medici che gli salveranno la vita.

Nel mezzo c’è tutta un’altra storia: da quel riposino mattutino l’uomo si risveglierà - secondo la ricostruzione della moglie rientrata a casa da alcune commissioni alle 11.20 - attorno a mezzogiorno, su pressante invito della donna. Pochi istanti in posizione eretta, poi collassa al suolo: la donna chiama aiuto e in presenza dei parenti inizia a praticargli un massaggio cardiaco che, probabilmente, risulterà decisivo poi per la sua sopravvivenza.

Mentre l’elisoccorso trasporta l’uomo d’urgenza in ospedale a Bergamo, la donna raggiunge la stessa struttura in auto con - dice lei - un "amico di famiglia": in realtà, ricostruiranno gli inquirenti nei giorni successivi, si tratta di un collega di lavoro del marito con la quale la 47enne aveva iniziato una relazione extraconiugale, nata nella casa di cura di Albino per la quale lavora, e al quale la squadra mobile della questura è riuscita a risalire tramite appostamenti e pedinamenti della donna.
Dal momento del ricovero del marito fino alla sua dimissione la donna ha sempre dormito a casa dell’amante.

Le analisi tossicologiche dell’ospedale non lasciano dubbi agli inquirenti: la presenza di insulina nel sangue in un soggetto non diabetico, associata a benzodiazepine, sono sinonimi di tentato omicidio. Nell’interrogatorio fiume in questura alla presenza del pm Cocucci e del capo della squadra mobile Giorgio Grasso la donna nega tutto, fino a pronunciare un’ultima frase: “Non ho fatto nulla e se l’ho fatto non me lo ricordo”.

Da successive indagini sul conto della donna è emerso anche un suo precedente: nel 2002 si era resa protagonista dell’incendio doloso di una cascina in località Monte Belloro di proprietà di un uomo con il quale aveva una relazione, anche questa extraconiugale durante il suo precedente matrimonio (dal quale nel 1993 nascerà un figlio), e che l’aveva lasciata.


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