La vicenda risale al 2003, quando una giovane nigeriana, dopo essere stata medicata in ospedale per le percosse subite, aveva fatto denuncia alla Mobile, da qui le indagini che hanno messo sotto accusa due fratelli: Dorothy e Peter Akhirebhu.
Ieri, in aula, è stata sentita l’ex prostituta che ha ribadito le accuse rivolte a Dorothy, mentre ha ridimensionato la posizione di Peter. Una testimone, comunque, minacciata di recente, per farle cambiare versione e accusare una certa Mary: pressioni rivelate dalla giovane ieri in udienza.
E durante la testimonianza ha fatto capolino il rito voodoo: era stato fatto in Nigeria prima che la giovane partisse per l’Italia e, secondo l’interpretazione dell’ex prostituta, era una maniera per tenerla sotto controllo, perché aveva un debito rilevante con la famiglia Akhirebhu e non volevano che si sottraesse a questo pagamento.
Un rito voodoo senza spazio di tempo e di luogo. «Ma ha avuto effetto?» le ha chiesto il presidente della Corte: «Finora no» la risposta della giovane che ha raccontato come, una volta giunta a Reggio, le avevano fatto capire che ci sarebbero voluti molti anni di lavoro in fabbrica per pagare quel debito, per cui era stata costretta a fare la “squillo” in strada, prima lungo la via Emilia per Parma, poi alla Bruciata. E mensilmente doveva consegnare alla “madame” 300-400 euro, arrivando anche a mille euro quando le pressioni diventavano più accentuate.









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