29 gennaio 2010

...E, coerentemente, le manager sono state arrestate per sfruttamento...
Una rete articolata, nella quale ciascuna aveva il suo compito: c'era chi metteva le inserzioni sui giornali, chi gestiva il call center per ricevere le chiamate dei clienti, chi si occupava di prendere in affitto gli appartamenti. E poi c'erano, naturalmente, le lucciole che dovevano rispondere a requisiti estetici ben precisi e venivano istruite di tutto punto, con una specie di manuale di comportamento.
La Squadra Mobile della questura di Brescia, con un lavoro di indagine iniziato l'anno scorso e che continua tutt'ora, ha sgominato una vasta organizzazione criminale di cinesi, per la quasi totalità donne, che gestiva un vastissimo giro di prostituzione. Gli affari si concentravano per lo più nella nostra città, ma l'attività si era estesa anche fino a Gallarate, Bergamo, Verbania, Vigevano, Asti e Milano. Al termine dell'operazione - che è stata chiamata «Call me», proprio perché i contatti avvenivano inizialmente per telefono - sono stati indagati nove stranieri. Quattro le donne nei confronti delle quali è stata emessa un'ordinanza di custodia cautelare in carcere: due quelle già finite in cella, mentre le altre due sono latitanti.
IL CONTESTO. Come ha spiegato in una conferenza stampa il dirigente della Mobile Carmine Grassi, questa operazione ha permesso di scoprire il mondo particolarmente articolato che sta dietro al fenomeno della prostituzione cinese. I clienti contattavano le lucciole attraverso i numero telefonici pubblicati nelle classiche rubriche e inserzioni sui giornali. A rispondere non erano le prostitute stesse, ma le donne per le quali le prostitute lavoravano e alle quali consegnavano una cospicua parte dell'incasso. Donne che, in buona sostanza, combinavano gli appuntamenti. Gli incontri avevano luogo in appartamenti intestati di solito a stranieri in regola con il permesso di soggiorno che si prestavano a questo scopo.
LE «LUCCIOLE». Le ragazze non venivano sfruttate ma - ha sottolineato Grassi - esercitavano la «professione» liberamente. Venivano reclutate e poi «formate di tutto punto». Dovevano saper gestire i rapporti con chi abitava vicino a loro per essere avvertite in caso di controlli. C'era anche un decalogo per le giovani, un elenco di consigli utili. Alle ragazze veniva suggerito di ingraziarsi, appunto, i vicini di casa con «torte e cioccolato che piacciono ai bambini», di non uscire a gettare la spazzatura «alla luce del sole», ma con il buio, d'invitare «l'amministratore a stare un pò in casa, ma gratuitamente». Il prezzo richiesto da queste «operatrici» variava dai 30 ai 50 euro a prestazione. Gli introiti, in ragione di «turni di lavoro» intensi, erano molto ricchi: tuttavia le lucciole erano costrette a consegnare somme consistenti, si parla di diverse centinaia di euro, alle donne che gestivano il business. Business che, tra l'altro, era pure in vendita: quando decidevano di tornare in patria, le titolari lo cedevano al migliore offerente. La maggior parte degli introiti veniva girata in Cina con il sistema Western Union.
Fonte: http://www.bresciaoggi.it/stories/Cronaca/123861_prostituzione_sgominata_la_rete_cinese_dei_call_center/


prostituzione cinese nel nord italia from violenza donne on Vimeo.


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