False verità: Capodanno senza stupro
Quel Davide Franceschini che il 29 dicembre si scaraventò davanti alle telecamere di Studio Aperto non era un 22enne come tanti, ma come tantissimi: «Nel 2009 c’è da divertirsi» disse prima di spiegare che «luci strobo e musica techno» era tutto ciò che gli serviva. Che poi è quello che gli servirono la sera del 31 al festival internazionale «Amore 09», insomma al festone della Fiera di Roma: migliaia di giovani, alcol e droga come neanche a Capodanno. Lui era di Fiumicino ed era già fattissimo, perché si usa così. Lei invece aveva 25 anni ed era di Genzano, zona Castelli, pure lei fattissima: i suoi amici non avranno difficoltà ad ammetterlo. Ma non c’è bisogno di raccontare proprio tutto, tantomeno il nome di lei o altri fatti perfettamente suoi: c’è da dire però il necessario affinché questa brutta storia prosegua. Cioè che lei, per esempio, alle 4 e mezzo era ubriaca persa e ballava in mezzo a un gruppetto di ebeti che le si strusciava addosso, le tirava su i vestiti: tanto che un amico dovette intervenire per difenderla; e sarebbero fatti suoi, nondimeno, che lei in un momento imprecisato abbia anche avuto un rapporto sessuale con qualcuno che non fu, però, Davide Franceschini, ossia il ragazzo accusato d’averla stuprata: l’ennesima prova del Dna infatti non lascerà dubbi, quelle tracce sessuali appartengono ad altri. Mentre Davide, quel ragazzo con la felpa bianca e i capelli cortissimi, ovviamente strafatto, lo conobbe più tardi. Gli amici ricordano che verso le 5 del mattino i due si scambiavano effusioni senza problemi, ed erano quasi teneri mentre mano nella mano, alle 5 e 15, si dirigevano stravolti e barcollanti verso i bagni chimici dove ogni cosa accadde. Quanto avvenuto, di qui in poi, è sospeso tra la confusione di lei e il racconto di lui: che però verrà ritenuto credibile non solo dai giudici, ma anche dalla difesa della ragazza.Tralasciando per quanto possibile i dettagli, successe questo: in bagno c’erano andati solo per una rapida fellatio da ascriversi al delirio di quella notte, ma lui, strafatto, non funzionava. Prese l’iniziativa, usò una mano, e qui è difficile entrare nell’ottica convulsa e alterata di chi è sovralimentato dalla cocaina: sta di fatto che a un certo punto lei gli disse che non era buono manco con la mano, e cominciò a sfotterlo, sinché lui perse la testa e ogni confine fu superato ufficialmente, droga o non droga. Lui le fece violenza, sempre con la mano, le diede anche due pugni in volto.
E lei, poco più tardi, invocava aiuto e aveva delle macchie di sangue sul vestito. Disse che era stata violentata da più persone in mezzo alla pista, e uno di loro aveva una felpa bianca. Parve impossibile. Seguirà un’altra versione: un tizio con la felpa bianca l’aveva scaraventata in bagno e violentata. «La ragazza aveva ricordi confusi», dovrà annotare il giudice, una donna, «in quanto aveva bevuto e aveva assunto sostanze stupefacenti». Quello con la felpa bianca, intanto, quella notte era stato identificato mentre tornava a Fiumicino dopo aver già percorso 15 chilometri a piedi: ai poliziotti aveva ammesso solo d’aver sbaciucchiato una ragazza dei Castelli. Ci sarà una perquisizione a casa sua, e la felpa bianca verrà acquisita come fonte di prova. E ora andrebbe spiegato il contesto familiare di questo 22enne: che nessuno, beninteso, qui vuole compatire. Ultimo nato in una famiglia dove il fratello ha 20 anni più di lui, e dove tutti lavorano al forno di famiglia, la madre cominciò a pressarlo: che è successo, che hai fatto? Forse non era più chiaro neanche a lui: anche perché giorni dopo, quando lo chiamarono in questura per un confronto, la ragazza lo vide ma ufficialmente non lo riconobbe. E non l’ha riconosciuto mai, incastrata nelle troppe versioni di una storia che intanto si era gonfiata al punto da esporre la sua famiglia e indignare un Paese.
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