11 maggio 2005 - Avevano tentato di estorcere 10 mila euro ad un anziano parroco di Jesi ricattandolo con l'accusa di una violenza sessuale mai commessa.
I tre, due donne e un uomo di nazionalità romena, sono però stati arrestati dalla polizia, a cui si era rivolto il prete dopo essere stato vittima di un vero e proprio agguato a luci rosse in canonica durante il quale una delle donne gli si era parata davanti a seno nudo.
I tre arrestati sono M. C., 43 anni, la presunta violentata, il figlio di lei D. C., di 21, operaio residente a Fabriano, e la convivente venticinquenne di quest' ultimo, G. C., residente ad Ancona e ancora sposata con un italiano. Il ricatto ai danni del parroco risale allo scorso 4 marzo, e gli arresti - di cui si è avuta notizia oggi - sono stati eseguiti lunedì.
Nel pomeriggio del 4 marzo, M. C. (una mendicante già conosciuta dai fedeli della parrocchia per piccole richieste di elemosine, vestiario e cibo) si è introdotta di soppiatto nell' ufficio parrocchiale, e ha aspettato che il sacerdote rimanesse solo. Quindi, al buio, si sarebbe tolta la maglia nel tentativo di farsi toccare il seno, nonostante le proteste e il 'no' del malcapitato.
Dopo pochi secondi, figlio e cognata della mendicante hanno fatto irruzione nella stanza e acceso la luce, cominciando a inveire contro il sacerdote accusandolo di aver voluto violentare la donna, e coprendolo di improperi e di minacce.
L'indomani mattina, puntualmente, è scattata la richiesta di denaro per ''mettere a tacere la cosa''. Non solo, G. C. si è presentata dal sacerdote, ancora spaventatissimo, brandendo la 'prova' dello stupro: un certificato medico rilasciato dagli operatori del pronto soccorso di Jesi, nel quale M. C. dichiarava di aver subito un'aggressione sessuale in una chiesa.
In preda allo choc, il povero prete non si è reso conto di avere in mano un documento contraffatto: nella versione originale siglata dal nosocomio i sanitari avevano infatti annotato la dichiarazione di una violenza sessuale avvenuta ''in casa''. Una frase poi cancellata e sostituita dai tre truffatori con l'indicazione della chiesa, per rafforzare il tentativo di ricatto.
Spaventato dalle minacce e dalla prospettiva di un terribile scandalo per la comunità, in un primo tempo il sacerdote ha acconsentito alla consegna dei 10mila euro, di cui 5mila da versare il lunedì seguente e la parte restante a fine marzo. Ma in seguito il parroco si è risolto a denunciare il fatto al Commissariato di Jesi.
Il 7 marzo, quando G. C. è uscita dalla chiesa con la prima tranche del denaro in mano, ha trovato gli agenti pronti ad arrestare lei ed il suo compagno, che l'attendeva in auto. Quindi anche per M. C. è scattato il fermo di polizia giudiziaria. Poco prima dell'arresto, la donna si era recata ancora una volta al pronto soccorso, aggredita dal figlio probabilmente durante un litigio sulla spartizione dei proventi del ricatto.
link alla notizia
http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2005/03/11/5371524-ANCONA.shtml
12 febbraio 2009 - Un ricatto a luci rosse ai danni di un sacerdote di Jesi. Tre romeni, una giovane coppia e la madre di lui, in manette. Poi la fuga della coppia in Romania. Ora, a tre anni di distanza, Ghisela Caldaras, 30 anni, condannata a sei anni di reclusione per estorsione aggravata, è tornata in Italia e si è costituita. I fatti risalgono al febbraio del 2005.
Ghisela Caldaras e il convivente, Daniel Coka, 26 anni, insieme alla madre di lui, Maria Coka, 48enne, architettano il ricatto ai danni di Don Bruno Fioretti, parroco a Jesi. La donna era andata a chiedere l'elemosina in chiesa, poi aveva seguito don Bruno in canonica e si era spogliata davanti a lui mentre il prete le intimava di andarsene.
A quel punto gli altri due avevano fatto irruzione in canonica e accusato il sacerdote di aver abusato della donna, per poi chiedergli mille euro come risarcimento. A distanza dipoco tempo poi la coppia era tornata alla carica con un’ulteriore richiesta di pagarne altri 10mila. Ma don Bruno non c'è stato e ha deciso di denunciare l’accaduto alla polizia.
Gli agenti intervennero a bloccare i tre romeni alla consegna del denaro. Ghisela Caldaras e Daniel Coka furono condannati in contumacia a sei anni di reclusione per estorsione aggravata. Alla madre di Daniel, invece, erano stati inflitti quattro anni di carcere.
Ma dopo tre anni di latitanza, Ghisela, fuggita in Romania dopo due mesi di arresti domiciliari è tornata in Italia dalla madre e ha deciso di costituirsi alla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri del Tribunale di Ancona per sanare la sua posizione giudiziaria.
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